11 anni

Un post di Silvia, amica insegnante.

Marta è una ragazzina di undici anni, che frequenta la prima media con risultati brillanti.
E’ molto carina, simpatica, chiacchierona. E’ sempre allegra e le piace ridere e scherzare con le sue amiche. Ogni tanto la prof la riprende, perché il suo entusiasmo, peraltro contagioso, qualche volta crea un po’ di disturbo. Ma solo un po’, perché Marta è molto educata e di solito si sa controllare.
Un giorno, invece, arriva a scuola, saluta senza sorridere (mai successo prima!) si mette in silenzio al suo posto e non rivolge parola, né sguardo, a nessuno.
La prof la osserva, ma non dice niente. Continua la lezione e solo alla fine dell’ora lancia un “Marta, tutto bene?”. “Sì, prof.” E’ la risposta, lapidaria e poco convinta, di Marta.
Il giorno dopo la scena si ripete. Entra, saluta, non sorride, si siede, scrive, legge… tutto in silenzio. Ma oggi la sua prof ha deciso di non lasciar perdere e “Marta, oggi ti vedo triste, come mai?” “Sì, un po’, non lo so” è la risposta eloquente di Marta. “Forza, stai su, che adesso ti metto un brutto voto e ti faccio proprio disperare”, scherza la prof. Finalmente un sorriso stiracchiato!
L’indomani Marta torna la solita: chiacchierona, simpatica, carina e sorridente. La lezione si consuma in un lampo, come al solito (quando ti diverti a leggere fiabe in classe è sempre così). Quando sta per finire l’ora, mentre la prof si prepara per trasferirsi in un’altra classe, Marta le dice: “Sai che dopo che mi hai chiesto perché fossi triste, mi è passata la tristezza? Ultimamente son fatta così: divento triste e malinconica senza motivo. I miei dicono che sono seria come mia nonna…” Alla prof torna in mente un’altra ragazzina triste senza motivo, che piangeva e si disperava per un nonnulla senza un motivo apparente. Per un attimo, forse, ha anche un po’ di nostalgia, ma le passa subito. Sorride alla ragazzina che ha davanti “Tranquilla, vuol dire che stai cambiando, stai crescendo e la tristezza è il prezzo che si paga. Ogni tanto tutto diventa buio e triste, ma devi sapere che è normale, è un momento, poi passa… A proposito: hai già iniziato a litigare furiosamente con tua mamma?” La faccia di Marta si illumina “Sì, da un po’ abbiamo smesso di andare d’accordo… Ogni tanto mi sembra che nessuno mi capisca e mi voglia bene…” “Certo!” scherza la prof, “Hai ragione! Nessuno ti vuole bene, soprattutto mamma, e nemmeno a me sei poi tanto simpatica”, continua, sorridendo. Marta si sporge dal banco e le salta al collo, stampandole un bacio sulla guancia: “grazie, prof!!!”.
Lei esce, e io rimango soddisfatto, per questa volta.
Sono quel bisogno che nasce con i bambini e non li lascia più, finché non diventano dei vecchietti.
Sono il bisogno di attenzione (o comprensione, o empatia). A volte mi appiccico addosso a un ragazzino e gli faccio combinare qualunque guaio, pur di essere notato. Lui non mi percepisce con coscienza, sente che io son lì, ma non è ancora capace di rendersi conto di me… Ma la mia presenza è talmente forte che è impossibile che io passi inosservato! Loro, i piccoli, non capiscono: più si comportano in modo strano, diverso, e più gli adulti li puniscono, trascurandomi. Non sempre però. La prof questa volta ha capito, ha preso in contropiede Marta e un po’ anche me.

Silvia

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