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L’ho scpantoneritto e lo riscrivo, sono sicuramente la persona meno adatta a giudicare un libro. Nel mio curriculum di lettrice posso vantare infatti, tra le altre cose, anche qualche centinaia (o centinaio?) di Harmony (dei quali peraltro non mi vergogno per niente) e perfino due libri di Moccia (di questi si un po’ mi vergogno, almeno dell’essere recidiva).
Quando scelgo di leggere un romanzo rosa (e lo faccio spesso), mi aspetto una storia vivace e ironica, scontata quanto impone il genere, ma non eccessivamente banale, e uno stile gradevole anche se non particolarmente raffinato. Trovo veramente assurdi i bravi critici che sprecano genio e talento nel fare a pezzi le similitudini dei romanzi della collana Anagramma di Newton Compton, per dire. So anche io che “uno sguardo tagliente come una lama” o “un tono freddo come il ghiaccio”  sono di una banalità sconcertante, mentre una similitudine riuscita “ci riempie di piacere quanto ritrovare un vecchio amico in una folla di sconosciuti” (Stephen King). Ma se la storia scorre riesco a trarne ugualmente piacere. Fino a un certo punto però. Fino a quando i riferimenti letterari delle autrici più che Jane Austen o fosse anche Helen Fielding, benedette ragazze, sembrano essere gli stati facebook di una sedicenne. Allora non ce la faccio davvero più. Quando in un romanzo di 170 pagine trovo per ben tre volte (e bisogna considerare che ho saltato le pagine!) le dichiarazioni della protagonista precedute dall’espressione “e’ ufficiale”, allora si, comincio a rimpiangere gli alberi abbattuti per stampare il libro. Che quasi mai, tra l’altro, è stampato su carta riciclata.