Il tempo che cura

Ho sempre creduto di essere una persona abbandonabile, forse perché in realtà, da concentrato di ansie quale sono, abbandonavo io per prima. Ci sono sempre stata (credo, spero) per chi aveva bisogno, ma è il tempo “vuoto” quello che ho iniziato presto a lesinare fino a ridurlo quasi del tutto con l’arrivo dei figli. Mi era difficile trovare il tempo per una gita, una cena, un film al cinema o anche semplicemente un tè in compagnia. Non era però l’orologio ad essere avaro di quel tempo, ne l’agenda mia o della famiglia, ero proprio io. Il fatto è che quel tempo che non concedevo non lo tenevo per me, non lo usavo per fare cose che amavo, semplicemente lasciavo che si consumasse. Per questo ho temuto che il mio tempo da malata sarebbe stato appunto un tempo da malata. Intervalli tra le visite in ospedale trascorsi in famiglia o in solitudine in compagnia dei libri. Ho temuto di diventare la mia malattia, ho temuto che le interazioni con gli altri, anche le persone care, si sarebbero limitate ad un aggiornamento delle mie condizioni di salute. Non è stato così è in questo posso dire una cosa che davvero non avrei mai creduto di poter dire: che la malattia è stata un’opportunità. L’opportunità di scoprire appunto che anche se avevo spesso abbandonato non ero del tutto abbandonabile. L’opportunità di accorgermi che le parole che spesso avevo creduto di lanciare nel vuoto cosmico, avevano in realtà lasciato semi. L’opportunità di ritrovare il senso del tempo “vuoto” e l’opportunità di condividerlo. Ho scoperto un sacco di persone, vicine e meno vicine che alle parole “io ci sono” oltre al segno e al suono hanno dato davvero il senso della presenza. Ho scoperto che “ci vediamo per un caffè o un tè” non è una frase che si dice così per dire se subito seguono le parole “quando e dove?”. E quando il tempo e il luogo arrivavano non si parlava del mio emocromo, ma di un sacco di cose. E anche il tempo in solitudine ha cominciato pian piano a riempirsi di un sacco di cose. Ho piantato e curato fiori, io che credevo di non poter fare attecchire nemmeno la gramigna e ho verniciato e ridato nuova vita a cose che credevo di dover buttare via.
Una volta ho letto una frase che mi aveva davvero colpito, non ricordo le parole esatte, ma suonava più o meno così “non era una persona felice, si vedeva da come toccava le cose” (credo che il libro fosse “Nove storie sull’amore” di Giovanna Zoboli). Ecco, pur non ritenendomi una persona proprio infelice, mi ci sono riconosciuta, perché mi sembrava di toccare tutto con troppa fretta. E in questo posso dire che la malattia, facendomi ritrovare il senso del tempo mi ha fatto ritrovare anche il senso del tatto, alla faccia dell’insensibilità dei polpastrelli indotta dalla chemio.

4 pensieri su “Il tempo che cura

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