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stop making senseNo, non dovrei proprio scrivere dello spettacolo che ho visto ieri sera, non sono proprio brava, io, a scrivere delle cose che mi emozionano molto. E poi è teatro, signori, mica uno dei soliti romanzetti che recensisco per gioco sui blog, e io di teatro non ci capisco davvero molto, eh. A volte perdo pure il filo della narrazione. Con la testa, quasi mai con il cuore o con la pancia. Mai ieri sera.
Ma perché ne sto scrivendo allora? Perché in qualche modo ho pensato di dover lasciare traccia della traccia lasciata in me e perché sul palco c’era una persona per me speciale che mi ha chiesto una recensione. E non è che mi capita tutti i giorni che mi chiedano una recensione. E mica devo aver paura di scrivere una recensione diversa proprio di uno spettacolo che nella diversità ha il cuore che batte. Eccomi qui, dunque in tutta la mia diversaiblità nello scrivere recensioni, o forse nello scrivere e basta.

Stop making sense è uno spettacolo inserito in un progetto che pone al centro del lavoro scenico l’incontro con l’alterità. La differenza. E se qualcuno fosse sfiorato dal dubbio che la differenza sia una sottrazione, avrebbe dovuto vedere Daniela sul palcoscenico ieri: altro che sottrazione, una somma che tende all’infinito. Energia pura. Gesti lievi come soffi capaci di scuoterti come un uragano, tanto che ti viene proprio da crederci che il battito di ali di una farfalla possa provocare le maree dall’altra parte del mondo. Viene da credere che le possa provocare lei le maree dall’altra parte del mondo. Lei con gli altri. Con quel bravissimo regista che della differenza ha visto, colto, e condiviso le infinite somme. Con gli altri attori, tutti diversi, ma accomunati da una specialissima abilità di incontro con l’altro.
Loro con noi. Perché eravamo tutti “altri”. Io ho incontrato anche altre me che ancora non conoscevo. C’era perfino un’altra me che per un attimo ha provato il desiderio di non sentire le gambe. E anche la me solita, quella che è un concentrato di paure e ansie era un po’ diversa ieri. Ha fatto la sua solita capatina nelle zone più oscure dell’immaginazione ed è tornata indietro senza correre.
Tutti eravamo altri con i nostri personalissimi drammi, le nostre personalissime paure, i nostri personalissimi bisogni. Perché abbiamo tutti degli “special needs”, che si tratti di avere bisogno di qualcuno che spinga la tua sedia a rotelle o qualcuno che ti aiuti a stare in piedi quando da solo non ce la fai anche se le tue gambe funzionano benissimo.