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Due maglie in pile e delle giacche in felpa più il giubbotto dovrebbero bastare. Maglioni in lana non ne ho. I miei figli odiano i maglioni in lana. Invece quando la dottoressa mi chiede cosa ho portato scuote la testa e mi guarda con rimprovero. Avrei dovuto portare  più maglie pesanti e anche il giubbotto e troppo leggero. Io continuo ad essere convinta che possano bastare e a pensare che mio figlio non sopporterebbe comunque più cose addosso, ma lei sembra leggermi sul viso e precisa che il test sarà valido solo se fratellomaggiore gronderà sudore, se sarà bagnato fradicio. Siamo nel reparto di allergologia pediatrica per fare il test del sudore per la fibrosi cistica: la prassi, pare, per un bambino asmatico e sottopeso. E sono settimane che provo a spiegarglielo al mio cervello e alla mia pancia che è la prassi. Gli altri bambini sono tutti piccolissimi, per cui giocano nella saletta imbottiti come per una gita sulla neve, ma fratellomaggiore è grande. Lui deve muoversi di più, deve correre. Un’infermiera gentile ci accompagna in un ambiente aperto su un lato, dice che se corre veramente veloce può farlo lì, altrimenti l’alternativa sono le scale. Scegliamo le scale. All’inizio salgo e scendo veloce con lui, ma io ovviamente mi stanco presto, per cui gli vado dietro più lentamente incitandolo, incoraggiandolo. Dopo un po’ si stanca e comincia a mostrare grande insofferenza per tutti quegli strati che ha addosso e che lo fanno sentire “grasso”. Provo ad inventarmi qualcosa, gli dico di cantare e di provare a fare le scale a tempo di rap, poi facciamo insieme un po’ di step, ma è ancora asciutto. La gente che passa ci sorride incuriosita. La dottoressa ci comunica che alle 12.00 dovrà comunque togliere la garza e se il sudore non sarà sufficiente si dovrà ripetere il test. Comincio a scoraggiarmi. Chiamo mio marito e gli dico di cercare di raggiungerci portando il giubbotto più pesante che trova in casa. Intanto fratellomaggiore fa qualche giro in bici con la wii nella saletta dove la temperatura è piuttosto elevata. Io ho caldo con una maglietta a maniche corte, per dire. Sul viso compare qualche goccia, ma il braccio è solo umido. Arriva il marito col giubbottone mai indossato perché troppo pesante e lo aggiungiamo sugli altri. Dalla vita in su è una specie di omino Michelin, ma le gambette lo tradiscono. Altra corsa sulle scale, su, giù, ancora su e ancora giù. Poi dice basta, non ce la fa proprio più. L’infermiera gentile ci dice che ha fatto il possibile, aspettiamo per vedere se è abbastanza. Fortunatamente lo è. Sospiro di sollievo. Dopo poche ore arriva anche il risultato e questa volta il sollievo è una sferzata di euforia che mi fa vacillare. Il marito se ne accorge e mi prende in giro: lui, uomo di medicina, è sempre stato convinto di una basilare evidenza scientifica: fratellomaggiore è magro perché non mangia. Il resto è la prassi.