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mietere
Io sono cresciuta in un posto di quelli in cui quando piove pensi subito agli effetti della pioggia sulla terra e sul raccolto, non alla gita rimandata. Qualche anno fa in tempo di vendemmia, mentre pranzavamo scoppiò un temporale improvviso. Il disappunto di mia madre mi parve subito eccessivo, ma lei continuò con le sue litanie, elencando le persone che in paese non avevano ancora vendemmiato. Era dispiaciuta per loro. Io, da oltre vent’anni cittadina e ormai immersa nella società del “mi piace ” o “non mi piace” espresso con un click, avevo quasi (quasi, però, eh!) dimenticato il grado di empatia e condivisione che si può raggiungere facendo parte di una piccola comunità.
Da poco mia madre ci ha provato di nuovo a ricordarmelo, e il suo dispiacere per la pioggia che avrebbe danneggiato il fieno che il vicino aveva appena tagliato deve essermi parso un po’ eccessivo, per cui la mia mente ha deciso di sostituire “fieno” con “femore”. Ora in realtà non è che capissi bene come la pioggia potesse dare noia a una persona che avesse fratturato il femore. Anzi, essendo costretto a casa, magari poteva fargli pure piacere. Ma ho pensato che nei meandri della saggezza di mia madre dovesse annidarsi una spiegazione che in quel momento non volevo indagare. Cose altamente scientifiche tipo che l’umidità ritarda la calcificazione, vai a sapere. Il fatto è che sono pure andata a dirlo in giro che il ragazzo in questione aveva fratturato il femore. Quando però l’ho detto a mio fratello sostenendo che l’avevo saputo da mamma, chissà perché tra la vecchia ottantenne e la sorellina, ha subito pensato che fossi io a non averci capito niente. Vai e fidati dei fratelli.