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L’occasione me la offre Facebook riproponendomi uno scambio di qualche tempo fa con una collega, ma anche una lettrice della biblioteca che mi dice che se amo i libri rosa non posso non aver amato Io prima di te di Jojo Moyes (?!?). Ma anche tutte quelle persone che, scoprendo la marmellata di fragole, pretendono, magari con la “saggezza” dei loro vent’anni, di venirmi a togliere le fette di salame dagli occhi e spiegarmi che la vita non è come nei romanzi rosa. Ecco, vorrei tranquillizzare per prime queste ultime: magari un po’ tardi rispetto alle ragazzine di oggi, ma le fette di salame dagli occhi al panino ci sono finite già da un bel po’ (non fosse per altro per golosità). E porto pure gli occhiali con le lenti trasparenti, giuro! E in 46 anni “nel ho vedute tante da raccontar” pure io. Sarò dunque una assidua frequentatrice del sottobosco della paraletteratura, ma lo sono in modo molto consapevole. Anzi, a questo punto voglio proprio ribadirlo ancora una volta a nome di molte altre appassionate del genere come me: siamo molto consapevoli. Consapevoli del fatto che a passare dallo stato solido a quello liquido solo per una dichiarazione d’amore ben  fatta, anche se non a noi, qualche rotella fuori posto o qualche altro problemino dobbiamo averlo per forza. Consapevoli delle nostre emozioni, ché ne abbiamo a volte dovuto scandagliare gli abissi e abbiamo anche avuto bisogno di aiuto per riemergere. Consapevoli del fatto che il lieto fine è un fermo immagine, dipende solo dal momento in cui decidi di fermare la storia. E consapevoli di tutto il casino che può esserci oltre un fermo immagine. Ma consapevoli soprattutto del fatto che se quel fermo immagine ci fa stare bene, specie nei momenti in cui tutto il casino intorno può attendere un pochino, i “critici letterari” possono anche andare a farsi una spremuta di limoni.