Non mi lamento, anzi un po’

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Lo so, non mi dovrei lamentare. Non molto almeno. Sono al quinto giorno di ferie e finora ho goduto di 4 bellissimi giorni di mare. So che altrove sta andando molto peggio e d’altra parte una giornata di brutto tempo mi consente di fare un sacco di cose che altrimenti in vacanza abbandonerei, tipo scrivere sul blog. Non mi dovrei proprio lamentare, dunque, ma invece mi lamento. Mi lamento perché ho bisogno di un’estate generosa, di quelle che da noi una volta andavano da maggio a settembre e anche oltre. Ho bisogno del calore vero, di un clima che mi costringa a cercare refrigerio e non riparo, un clima definito e non traditore, ché tanto la giacchina in borsa l’ho sempre avuta e continuerò a portarla, ma voglio tirarla fuori solo per proteggermi dall’aria condizionata quando entro nei locali. Mi lamento anche se so che non serve a niente, anche se sono consapevole del fatto che sarò io a dovermi adattare a questo tempo bizzarro e capriccioso, che l’estate è sempre l’estate ed è meglio cercare di godersela comunque. Tanto il clima non paga il conto dei frutti maturati male e nemmeno quello del nostro malumore e della nostra insoddisfazione.

Sei

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scarpa
Sei. Mondo assai bizzarro questo in cui anche i piccolini compiono sei anni e si preparano ad andare a scuola. E poco importa che il piccolino in questione legga e faccia di conto da quando aveva 4 anni e ti metta spalle al muro con discorsi che sconfinano pericolosamente in concetti come il libero arbitrio.
Lui è il piccolino, punto.
Anche se, forse perché nato col sole, tra i due è sempre sembrato il più forte e per questo non ha mai goduto di troppi privilegi.
Lui è il piccolino anche se non sopporta di non sapersi ancora legare bene le scarpe e ci prova, ci prova, ci prova…
E’ il piccolino anche se ti dice guardandoti negli occhi “spiegamelo bene e piano piano, ma lo devo fare io”, e ti costringe a reimparare la lentezza.
Lui è il piccolino anche se non dice che Aguero ha segnato, ma ha “scavalcato il portiere in uscita”.
Anche se prima consola il padre sconvolto per i capelli appena rasati, e poi lo chiama con naturalezza “il pelato”.
E’ il piccolino anche se ha deciso di aggiungere una consonante ai nomi di chi sbaglia il suo chiamandolo Giaimer o Giaimen.
Lui è il piccolino anche se tiene in mano il ventaglio delle carte e conta i punti come un biscazziere incallito.
E’ il piccolino anche se di giorno non gli piace molto sentirselo dire e me lo concede solo ogni tanto, un po’ a malincuore. Di giorno.
Per fortuna ci pensa la notte a dilatare i tempi.
Buon compleanno, piccolino.

Cha cha cha degli affetti

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cha-cha-steps
Tranquilli, se avete appena letto sul corriere l’articolo in cui si dice che quei gran simpaticoni dei neuroni specchio in realtà sono piuttosto sopravvalutati, non demoralizzatevi perché sto per comunicarvi una mia importantissima scoperta nel campo delle neuroscienze degli affetti. In realtà devo ammettere che non ci sono arrivata proprio da sola, ma in fondo sono sempre stata convinta che le migliori scoperte si fanno in team. E la mia l’ho fatta insieme a Mafalda (si, proprio quella Mafalda) e a zio Bruce (si, proprio quel Zio Bruce): ok, è vero, mi piace vincere facile. “Ottimista è una persona che se fa un passo avanti e due indietro non pensa sia un disastro ma un cha cha cha” mi comunicava la faccia di Mafalda da una vignetta su fb, proprio mentre con One step up di zio Bruce in testa riflettevo su certi affetti, su come fosse difficile arrivare a un punto fermo. Un momento si è vicinissimi, poi si comincia a perdere terreno, ma proprio quando cominci a convincerti che forse il tuo punto fermo esiste, basta cercarlo lì, a due passi di distanza, ecco che con un passo avanti lo perdi di nuovo. E di colpo è lì la mia rivoluzionaria scoperta: un passo avanti e due indietro, non è perdere terreno, è ballare il cha cha cha. E ora già vi vedo, pronti a smontare la mia teoria obiettando che nel ballo si è in due, che se ti allontani troppo forse è perché l’altro in realtà non sta ballando. Si, ma non è che si può screditare una scoperta scientifica solo per colpa di un ballerino imbranato. Se invece vi sembra che la teoria funzioni anche se il vostro ballerino è bravissimo, magari il ballerino imbranato siete voi.

La pace passa dai pazzi

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Gazaman: Sei davvero tu, Tal? Sei davvero connessa?
Babouk: Si, sono io.
Gazaman: Come va?
Bakbouk: Non lo so. E tu?
Gazaman: Nemmeno io lo so…
Bakbouk: I miei genitori hanno avuto la stessa idea. Mi hanno portato da uno psicologo. Erano dieci giorni che non uscivo di casa, mi hanno detto che non si poteva più andare avanti così.
Gazaman: Che faccia ha il tuo psicologo?
Bakbouk: Assomiglia a John Lennon, il tizio dei Beatles.
Gazaman: Si, li conosco. Ai miei genitori piacciono molto. E a parte questo? Com’é?
Bakbouk: A parte questo, non sono stata capace di dirgli una parola per più di dieci minuti. Dicevo: “ehm…ehm…allora…”. E non riuscivo nemmeno a guardarlo negli occhi.
Gazaman: E?
Bakbouk: Mi ha detto “Dimmi quello che ti passa per la testa”.
Gazaman: Ecosa gli hai detto?
Bakbouk: L’ho guardato con aria diffidente. Gli ho risposto: “Nella mia testa c’è uno strano miscuglio. C’é il miele insieme all’aceto, i violini e una batteria, rap e canti gregoriani. Se le do la lista completa, anche con le istruzioni per l’uso in ebraico, lei mi rinchiude”.
Gazaman: L’hai pensato davvero?
Backbouk: Un sacco di volte.
Gazaman: Vedi… Ma forse siamo noi i normali. Noi che pensiamo di essere pazzi.
Bakbouk: Si. Dovremmo creare un manicomio israelo-palestinese, tu e io. Sarebbe un bellissimo segno di riconciliazione, come dicono gli occidentali. Lo potremmo chiamare l’Istituto “Majnoun e Meshouga” (“pazzo” rispettivamente in arabo e Yddish, nota a piè di pagina nel libro). Incideremo la nostra massima sul frontone “La pace passa dai pazzi”.
Bakbouk
: Fantastico. Ma adesso devo lasciarti. E’ arrivato Ouri. Cerchiamo di riparlarci stasera?
Gazama
n: Non so se ce la farò.
Bakbouk: Perché?
Gazaman
: Perché non si sa mai quello che può succedere. E anche se non si è credenti, meglio dire Inch Allah.
Bakbouk:
Ci parliamo stasera, Inch Allah. D’accordo?
Gazaman:
E’ strano detto così. Detto da te. Ma d’accordo.

Pageshot da “una bottiglia nel mare di Gaza” di Valerie Zenatti (Giunti 2009). Ho letto il libro tempo fa, ma in giorni come questi non riesco a levarmelo dalla testa.
Dev’esserci sicuramente un posto anche per me in quel manicomio.

Le cose difficili

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emoticons
“Amore, come si fa l’occhiolino?” Strizzo l’occhio e lo guardo con un sorriso di amorevole dileggio (se l’aggettivo non vi convince provate a sostituirlo con “esasperato”), ma lui ha la testa china sul cellulare. Non mi resta che aprire l’occhio e rispondere “punto e virgola, trattino, parentesi tonda chiusa”. E non posso nemmeno sottolineare che è la milionesima volta che glielo dico, che ha imparato cose molto più difficili nella sua vita, a leggere il tracciato di un elettrocardiogramma e a fare il riso alla cantonese col Bimby, per esempio (credetemi, la difficoltà per lui è più o meno la stessa). Non posso perché so che potrebbe rinfacciarmi la mia totale inettitudine col telecomando del televisore. E avrebbe pure ragione, ma io il telecomando lo uso una volta all’anno, lui a usare le emoticons ci prova più spesso. O almeno a decifrarle. L’altro giorno, per esempio, mi ha (ri)chiesto, così a bruciapelo cosa significasse DDD. All’inizio ho pensato si stesse cimentando in una parodia di Renzi alle prese con l’articolo inglese sparato a raffica, ma poi mi ha mostrato il cellulare e ho dovuto spiegargli che chi inviava quel messaggio era molto divertit*, probabilmente da quello che aveva scritto lui. Ovviamente ne ho approfittato per dare uno sguardo anche al suo messaggio. Tutto sommato non è così male che abbia ancora bisogno di me per fare le cose difficili.

Big mistake. Huge

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shopping
Avete presente quelle commesse che fanno venire voglia di tornare a trovarle il giorno dopo accompagnate da Richard Gere e con una ventina di buste griffate al seguito? Ecco, io devo essere decisamente passata oltre, perché l’unica voglia che mi è venuta ieri è quella di assestare alla commessa una scarica di calci negli stinchi. Si, è vero, il vestito che stavo provando era un po’ troppo attillato in certi punti, ma senza dare l’impressione che per tenerlo addosso dovessi rinunciare a respirare e in compenso mascherava egregiamente i centimetri in eccesso nel punto vita. Ecco perché nell’insieme non mi dispiaceva e lo ammiravo nello specchio con un po’ di rammarico cercando il coraggio di concedergli una possibilità. Stavo per chiedere un parere alla commessa quando lei, con un tono che sarebbe stato giustificabile se le avessi schizzato di fango l’abito del matrimonio mentre andava in chiesa, mi anticipa con un “vuole che le porti la sua taglia?”
Ha detto proprio così, giuro, totalizzando con solo 7 parole il punteggio massimo raggiungibile pronunciando una frase sbagliata. La prima cosa che mi è venuta in mente è stata quella di tenerle una lezione improvvisata di comunicazione e marketing, elencandole una decina di modi alternativi per dire in maniera più efficace (anche più gentile, certo, ma la gentilezza per lei sarebbe potuto essere un concetto troppo astratto) quello che aveva detto. La seconda è stata “brutta stronza” (solo la seconda, giuro). Con la terza stavo scivolando molto in basso arrivando ad analizzare il complesso del manico di scopa dal quale doveva sicuramente essere affetta (di sicuro a lei i vestiti non tiravano), ma mi sono fermata in tempo. Ho accennato mezzo sorriso che si è fermato alle labbra e ho risposto “proviamo”. In realtà “la sua taglia” si è rivelata, come sospettavo, una specie di tenda nella quale avrei potuto tranquillamente trascorrere le vacanze estive insieme ad almeno uno dei miei figli. Quando sono uscita dal camerino di prova la tizia era al telefono, il che mi ha offerto un’ottima giustificazione per non averle detto le cose che comunque non le avrei detto e per non averle dato i calci negli stinchi che desideravo darle. Ovviamente quando sono uscita ho tracciato mentalmente un’enorme x sul negozio e mi sono presa la soddisfazione di pensare che di quel passo la signorina non avrebbe fatto molta strada. Prima o poi certi errori si pagano. Big mistake. Huge. Pretty Woman la lala lala…

 

A ritrovar le storie

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murgia

Conta che ti conto
la vita si racconta
tiritiritera
questa è una storia quasi vera

Mi piacerebbe davvero riuscire a raccontarla la magia di questo libro. Vorrei che il saltimbanco della storia facesse apparire davanti a me la scritta “incanto” e io all’improvviso trovassi le parole per descrivere i brividi di incantato stupore che mi attraversano quando ce l’ho tra le mani. E poi la parola “emozione” per farmi raccontare di quel leggero nodo in gola e quella voglia di abbracciarlo forte il libro e di respirarne anche il profumo. Che non è il profumo della carta o dell’inchiostro, ma quello degli incontri speciali. E poi ancora la parola “dono”, così magari riuscirei a spiegarvi che le parole di Annamaria Gozzi e Monica Morini e le illustrazioni di Daniela Iride Murgia sono davvero un regalo prezioso. Prezioso come le storie che dopo un lungo silenzio ricominciano ad allungarsi, a respirare, a riprendere colore.

Conta che ti conto
la vita si racconta
tiritiritera
questa è una storia vera.

 

 

 

 

4th of July

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“Sandy the aurora is risin’ behind us
the pier lights our carnival life forever
love me tonight for I may never see you again
hey Sandy girl…”
fireworks1
Non ricordo quando è stato che ho cominciato a considerare il 4 luglio come una specie di onomastico. O meglio quando mia sorella e un’amica hanno iniziato a farmi regolarmente gli auguri il 4 luglio e quando poi si sono aggiunti gli altri. In effetti tra i santi del 4 luglio ci sono un’Elisabetta, una Berta, una Caterina, un Giocondiano (!?!), un Tommaso e altri ancora, ma nessuna Sandra e nemmeno Alessandra. D’altra parte, qualsiasi relazione si pensasse di istituire tra me e la Dichiarazione d’indipendenza degli Stati Uniti, a parte una forte affezione per la parola “indipendenza” (significante e significato… almeno per quanto riguarda l’indipendenza dei popoli), non avrebbe solide fondamenta. E allora lasciamo stare i santi e anche i fanti (quelli che hanno combattuto per l’indipendenza) perchè il mio “onomastico” ha un’origine molto più seplice. Semplice come una canzone. Che poi quella canzone sia anche indescrivibilmente bella e un altro paio di maniche. E che mi faccia sentire come se in un’altra vita fossi stata davvero lì ad Asburry Park la notte del 4 luglio con qualcuno che mi ricorda che domani potrebbe essere troppo tardi, non è davvero roba da poco. Soprattutto per una che probabilmente non andrà mai nel New Jersey pur restando in fondo una jersey girl (anche superati i 40).
Quella canzone è di Bruce Springsteen, si intitola appunto 4th of July, Asbury Park (Sandy) ed è la “mia canzone”.

Credibilità

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Red-Fox-Kit
Ci sono cose che appena finito di dirle mi sento credibile come una volpe vegana.
Chi se ne frega. Tutte le volte in cui lo dico mi importa eccome, perché sostanzialmente sono una cui importa sempre di tutto.
Ci pensiamo domani. Può essere vero solo quando lo dico a mezzanotte meno un minuto. In realtà ci rimugino buona parte della notte.
Tranquillo (detto al marito) sono cose normali per un bambino. E qui la volpe è vegana e pure attivista per i diritti dei pennuti. Perché quando ci sono di mezzo i miei figli l’aggettivo “tranquilla” (con tutto il rosario di sinonimi) riferito a me può benissimo sostituire “ghiaccio bollente” come più banale esempio di ossimoro.
Uno di questi giorni. No, quando lo dico non è mai uno di questi giorni. O lo faccio subito o non lo faccio per niente. O magari lo faccio solo dopo che il tempo ha nutrito i miei sensi di colpa facendoli diventare ipertrofici. Ma mai uno di questi giorni.
Non mi devo fare coinvolgere troppo. Il fatto è che io sono costituzionalmente coinvolta.
Secondo me dovresti andare a sinistra. Lo so benissimo io e lo sanno tutti in famiglia e oltre che le possibilità che io azzecchi un’indicazione stradale sono prossime allo zero. La maggior parte delle volte non so nemmeno qual è la sinistra. Però è più forte di me, non resisto. Ci devo provare.
Posso aspettare. E posso fare un sacco di altre cose se non ho altra scelta.
No, di scarpe non ne ho bisogno, non le devo nemmeno guardare. …

Prova d’amore

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birk
E’ risaputo che le Birkenstock dividono: ci sono quelli che le adorano e quelli che le detestano. Io, manco a dirlo sto tra i primi, anche se sono consapevole del fatto che alcuni modelli non siano proprio il massimo e che con certe cose proprio non si dovrebbero portare. Ma comunque devo averne sempre almeno un paio di paia. Certo, ora che sono diventate di tendenza è facile, e poi c’è sempre la possibilità di trovarle in rete, ma quindici anni fa davvero non era così. Oggi col marito abbiamo ripensato a una delle sue tante “prove d’amore”, a quando circa quindici anni fa decise di trovarmi a tutti i costi un paio dei miei adorati sandali. Dopo aver battuto senza successo uno per uno tutti i negozi di Cagliari, venimmo a sapere che c’era un distributore a Villasimius, una località turistica a una cinquantina di chilometri da qui. Non ci siamo persi d’animo e abbiamo deciso di metterci in viaggio nel primo pomeriggio per arrivare all’ora dell’apertura prevista per le 5. In realtà arrivammo un pochino prima, ma aspettammo davanti al negozio, tanta era l’impazienza di avere le scarpe (io) e di farla finita con quella storia delle scarpe (lui). Le cinque però arrivarono senza che nessuno si presentasse ad aprire il negozio. E così le 5 e mezzo e poi le 6. Stavamo per rinunciare e tornarcene a casa, quando una vicina ci disse che forse la signora era al funerale di un vecchietto del posto, che si stava svolgendo in quel momento in chiesa, e che dopo magari avrebbe aperto. Dispiaciuti per il defunto, ma anche un po’ irritati per il suo tempismo, decidemmo di aspettare la fine della messa, sperando che la signora del negozio di scarpe non fosse una parente stretta o che comunque si consolasse in tempo per aprire il negozio. Alla fine un po’ di fortuna ci assistette perché la signora arrivò e potemmo finalmente entrare in quello che credevamo fosse una specie di paradiso per amanti delle Birkenstock. In realtà avevano solo un modello, ovviamente quello che mi piaceva di meno, ma qualcosa nell’espressione del marito mi convinse che queste sottigliezze avrei fatto bene a tenerle per me. E devo essere stata proprio brava: per anni è rimasto convinto che quelle orribili infradito modello Kairo fossero le mie preferite.

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