Et voila la table ronde!

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tavolo rotondo

Non restava che Le Roche Bobois. Sapevo che se c’era un posto dove avrei potuto trovare un tavolo tondo che reinterpretando uno stile classico ristabilisse l’equilibrio nell’atmosfera che avevo in mente di creare nel mio soggiorno, quello era Le Roche Bobois. Il divano infatti aveva sbilanciato il tutto verso lo stile moderno. Da giovane catalogatrice della biblioteca regionale ci ho passato intere pause pranzo a fantasticare col panino in mano davanti alla vetrina di quel negozio, per cui lo conosco bene. E sapevo anche che non è il primo posto in cui penseresti di andare se stai arredando casa con un budget piuttosto limitato. Ma se c’era una possibilità di trovare “il tavolo” era quella. Così ho deciso di giocarmela pensando che se lo avessi trovato avrebbe avuto la priorità. Tutto il resto avrebbe potuto attendere, a costo di dormire per mesi su un materasso. Il fatto è che ce n’erano un sacco di table ronde, con diverse finiture e (qualcuno anche) con un prezzo abbordabile. Restava solo l’imbarazzo della scelta. E io ero in estasi, manco mi avessero proposto di darmi Lancillotto versione giovane Richard Gere compreso nel prezzo. “Caspita, ti ho quasi invidiato, non devo mai aver provato quello che hai provato davanti a quei tavoli. Nemmeno per la Juve”, mi dice il marito appena usciti, facendomi ridere. Nemmeno per la Juve. Capite perché per il suo ambito di competenza, cioè il divano, siamo andati da Poltrone e Sofà.

Divani e compromessi

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divani
Alla fine mi sembra si sia manifestato tutto lì, nella banalissima scelta di un banalissimo divano lo squilibrio tra la componente maschile e quella femminile della famiglia. Perché se sei minoranza è inutile che gli altri non ti facciano sentire tale e volendo potresti avere carta bianca su tutto. Anche un divano provenzale o magari uno col piedino vintage e l’aspetto snello e non proprio comodissimo avresti potuto averli senza discutere, volendo. Ma alla fine non vuoi. E dev’esserci qualcosa di atavico che ha a che fare con l’idea della preparazione del nido in quello che ti blocca e ti fa scegliere una linea così diversa dal tuo gusto e dall’atmosfera che avevi in mente di creare in quel soggiorno. Perché lo sai perfettamente che quelli che piacciono a te sono modelli anti-stravaccamento, ma giusti per prendere il tè seduti composti, e proprio non hai il coraggio di tirarglielo al marito un colpo così basso. Perché a fratellominore piace addormentarsi sullo schienale dei divani e quel divano ha uno schienale reclinabile che una volta abbassato ha un aspetto davvero comodo. Perché fratellomaggiore avrebbe voluto un enorme divano angolare che per motivi di spazio non avrà. Perché non hai mai dato molta importanza ai divani nella tua vita, e non vedi perché dovresti cominciare ora.

Approssimare

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Quei dieci secondi di perfezionismo fatale, tipo quando per aggiustare un po’ di sale (ma andava già bene!) azioni il Bimby dimenticando di inserire l’antiorario e ti ritrovi con un purè di coniglio ossicini compresi. O per tagliare ancora un millimetro ti ritrovi con un orlo troppo corto (ma andava già bene!). O decidi di togliere lo smalto da un’unghia per una bollicina invisibile ad occhio nudo che non sia il tuo (non che sia precisamente occhio di lince, ma le fissazioni danno superpoteri) e non riesci a ridarlo in maniera soddisfacente, per cui finisci per toglierlo del tutto anche se era quasi perfetto. O vedi un ciondolino messo al contrario nel bracciale e non resisti e devi cambiarlo proprio in quel momento, anche se sai che è rischioso, che è meglio aspettare di essere a casa, non in spiaggia, no, lo sai che non si fanno in spiaggia certe operazioni, lo sai che puoi perdere il gancetto, o il ciondolo stesso, lo sai che è un attimo sulla sabbia. Lo sai per esperienza, tra l’altro. Ma lo fai lo stesso e dici addio per sempre ala coccinella (ma non si vedeva nemmeno che era al contrario!). Ecco, esperienze come queste, che non sono certo le peggiori, dovrebbero averti insegnato che è meglio approssimare un po’ a volte. Dovrebbero proprio averlo fatto. Dovrebbero.

Un tesoro che sa di Calippo al limone

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“Oltre alle cose che ho già menzionato, possedeva dodici bilie, parte di uno scacciapensieri, un frammento di bottiglia blu per guardarci attraverso, un rocchetto, una chiave che non avrebbe mai aperto niente, un pezzo di gesso, il tappo di vetro di una caraffa, un soldatino di stagno, due girini, sei petardi…”
(Mark Twain, Le avventure di Tom Sawyer)

“Mamma guarda cosa mi ha regalato D.!!!” Ho fretta, prepararli in tempo al mattino quando sono sola è ancora più complicato e ho paura di non trovare un parcheggio vicino a scuola. Ma non posso ignorare quella richiesta entusiasta, per cui guardo verso le sue mani, pensando già di trovare un mazzetto di figurine. Invece no, fratellomaggiore tiene in mano quelli che di primo acchito mi sembrano un pezzetto di carta lucida un po’ stropicciato e un fazzolettino di carta usato. Lo guardo un po’ perplessa e lui mi avvicina le mani al naso “Senti, sa di Calippo al limone!” dice con entusiasmo. Guardo meglio e vedo che si tratta di una salvietta umidificata col marchio di un noto ristorante cagliaritano. La annusa ancora e se la rimette nella tasca del grembiule, come fosse il più prezioso dei tesori. “D. ne ha un centinaio!” dice con gli occhi che gli brillano. E io quasi mi sciolgo, perché in quel dono e in quelle parole mi sembra ci sia del succo d’infanzia concentrato, ma di infanzia vera, di quella che a 9 anni hai l’impressione che stia quasi andando via lasciando solo i capricci e le paure come traccia di sè. E’ invece è ancora tutta lì. Mi viene in mente la prima volta in cui da bambina ho avuto tra le mani una di quelle salviette, che ho conservato fino a quando è diventata secca. E mi sembra quasi di risentirne l’odore. Mi vengono in mente le scatole dei tesori nelle quali bambini di tutti i tempi e di tutti i luoghi hanno conservato cose preziose come questa. Mi sembra bellissimo l’entusiasmo di mio figlio per quel dono e mi sembra meraviglioso il suo amico a volte così grande ma così incredibilmente bambino, che in barba a tutti i gingilli supertecnologici, quasi un moderno Tom Sawyer, si bulla di un tesoro fatto di 100 salviette profumate di Calippo al limone.

Abbracci che calmano

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koalaNon è che ci caschi proprio completamente, perché lo so bene che i bambini sono bravissimi a manipolare. Saranno anche piccoli esserini in ambiente ostile, ma sanno come compiacere gli adulti quando pensano che la cosa possa tornare utile. Non è che mi faccia fregare con tanta facilità dunque. Oppure si. Perché quando fratellominore è venuto fuori con quella frase, il dubbio che l’avesse appena pescata dal suo personalissimo manuale Come ti frego mamma in tre semplici mosse mi è venuto, ma ho messo a tacere con un colpo secco il mio rilevatore di prese per il naso e mi sono chiesta “e se fosse davvero così facile?”.
E ho pensato quei momenti in cui mi sembra proprio di raggiungere il picco negativo del mio essere madre, quando urlo come una matta minacciando punizioni che so bene che poi non darò, a quei momenti di capricci spinti, di c’ero prima io, ha iniziato lui, aspetta un attimo, lo faccio dopo, ma lo avevi promesso che incontrando la mia stanchezza attivano la modalità mamma-strega-isterica. E se invece fosse davvero molto più facile? “certo perché quando faccio molto da monello tu mi devi abbracciare, perché così io mi calmo” ha detto fratellominore. Io non è che me la sia bevuta proprio tutta, ma nel dubbio al prossimo giro di capricci ci provo. Intanto però ho bisogno io di essere calmata, perché certe frasi il batticuore te lo fanno venire a prescindere. E anche se lui al momento sembra un angioletto, lo stritolo in un abbraccio di quelli da fusione.

Come la pioggia

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pioggia Come la pioggia che quasi me ne dimentico poi che dovrebbe voler dire soprattutto vita e che di acqua qui c’è un gran bisogno. Ultimamente anche i frutti tanto generosamente offerti in paese da parenti ed amici sono stati accompagnati da scuse per la scarsità delle piogge, quasi si fossero dimenticati loro di andare ad aprire personalmente i rubinetti del cielo. Ché quando ti ci hanno impastato con l’istinto del dono, vorresti sempre donare al meglio. Quasi me ne dimentico che la pioggia è vita perché è inevitabile che il pensiero vada alla Liguria e agli altri luoghi martoriati oggi che richiamano in mente le ferite ancora aperte e vicinissime di Villagrande, Capoterra, Olbia e altre ancora. E ho troppa paura che piovano anche gli arretrati che questa mia terra non riuscirebbe a sopportare. Come la pioggia anche altre benedizioni fanno paura.

Gigirriva anch’io

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L’avrei proprio voluto scrivere anche io due giorni fa un posto per fare gli auguri a Gigirriva. Ogni sardo, d’altra parte ha un suo Gigirriva da raccontare. Io avei potuto scrivere di essere cresciuta con la sua foto appesa in camera dalla sisterona. Dopo di lui quell’onore è toccato solo a zio Bruce. Aveva anche tappezzato con i suoi gol un vecchio fustino di detersivo, di quelli cilindrici, e collezionava i Guerin Sportivo con gli articoli di Gianni Brera su Rombo di Tuono, anche se era femmina. E’ così che quel nome è diventato familiare come quello degli eroi dell’infanzia e dei parenti stretti.
Ma potrei anche scrivere del fratellone che giocava a calcio con la maglia numero 11, che aveva fiuto per il gol, a volte un caratteraccio ma anche una dirittura morale (li ha ancora entrambi, grazie a Dio) che glielo facevano perdonare. Si, ecco, avrei potuto raccontarvi del fratellone cresciuto nel mito di Rombo di Tuono che l’amico chiamava Riva e che ha avuto il suo primo figlio il giorno in cui il Campione compiva 50 anni e contrariamente alle aspettative di tutti non l’ha chiamato Luigi. Ché per lui era già perfetto così e non aveva bisogno di manifestazioni esteriori.
E potrei scrivere di tutte le volte in cui chiedevamo a Matteo che arrivava da Cagliari che lavoro facesse il papà del suo compagnetto, solo perché ci faceva morire dal ridere la risposta “il bensinaio”.
E infine avrei scritto dell’emozione che mi prende tutte le volte che lo incontro per strada. Emozione che spero di provare tante e tante volte ancora.

Quello che segue è lo spot girato da Jacopo Cullin per Special Olympics. Giudicate voi se non è soprattutto un grande uomo.

Riciclo creativo senza aggiunte

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sciarpe
Io apprezzo molto la moda del riciclo creativo, giuro. Mi piace proprio l’idea che le cose abbiano diverse vite. Ma avete mai provato a riciclare qualcosa seguendo il consiglio di certi siti o blog sedicenti ecologisti? La maggior parte delle volte per riciclare, si fa per dire, un portaombrelli, vi chiederanno di comprare altri 10 elementi, di alcuni dei quali molto probabilmente ignoravate fino a quel momento anche l’esistenza (voi, Amazon li conosce benissimo). Naturalmente metà di quegli elementi saranno venduti in confezione da 150 pezzi, anche se a voi ne servono solo 2. Così in casa avrete un nuovo utilissimo tavolino-portariviste al posto del vecchio e inutile portaombrelli, ma magari finirete per metterci al posto delle riviste le cianfrusaglie che avanzano dal riciclo creativo. Non è sempre così, lo so bene, ma capita.
Che bello invece quando arriva l’idea per riutilizzare gli oggetti così come la macchina o l’artigiano li ha fatti, senza aggiungere assolutamente niente. Un’idea come quella che mi ha fatto trasformare i vecchi anelli d’argento che stavano diventando neri di noia dentro una scatola in nuovissimi e vivacissimi fermasciarpa. Così, una a caso.

A neve ferma

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panna-montata-con-fragole
Ecco, ora pretendere che la panna venisse montata a neve ferma era davvero troppo. Certo, magari speravo in qualcosa che somigliasse un po’ di meno alla mia personale definizione di brodaglia. Ma che venisse a neve ferma non dovevo nemmeno sperarci. Non in giorni come questo, almeno. E’ che mi sono presa proprio un grosso spavento questa mattina quando a fratellominore è venuta una manifestazione allergica. E visto che doveva stare con me a casa ho pensato di accontentarlo e preparare finalmente la torta con cioccolato e panna che mi chiede da un po’. E ho pensato che magari cucinare mi avrebbe tirato un po’ su il morale, ché decisamente non è un bel periodo questo, con grossi guai di lavoro e una casa da arredare senza avere il tempo per farlo e quasi più nemmeno i sogni. E una casa ha bisogno di essere sognata per crescere. Ecco, avrebbe dovuto essere una torta terapeutica quella al cioccolato e panna che abbiamo preparato questa mattina. E almeno per uno dei due sembra esserlo stata, visto che saltella tutto allegro come una pulce. E questo per ora può bastare.
Quanto a me raschio i bordi bruciacchiati e getto la brodaglia nello scarico, pensando a un modo alternativo per far montare l’umore e i sogni. A neve ferma.

La mezza stagione dei piedi

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Avete voglia voi di dire che non esiste più la mezza stagione, ma provateglielo a spiegare ai miei piedi dilatati dalla generosità dei sandali che devono infilarsi in un paio di scarpe invernali senza passare per qualche giorno da quelle vecchie Converse un po’ sformate. Ché le spalle si, la accolgono con piacere e gratitudine una giacca pesante quando serve, anche se fino a qualche ora prima erano completamente scoperte. Ma i piedi hanno bisogno di gradualità. Sarà per il loro stare a contatto con la terra, che il ritmo delle stagioni lo conserva ancora, sarà perché comincia da lì il nostro innato bisogno di libertà, ma i piedi hanno bisogno della loro mezza stagione. Ed è per questo che non il calendario, non le foglie cadute, non il maestrale che da ieri notte sembra aver spazzato definitivamente via la bizzarra ma non insolita estate ottobrina, ma quelle stringhe allacciate su piedi non proprio consenzienti hanno finalmente dichiarato autunno.

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