La scatola del cucito

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Certe sere d’estate nella veranda di mia madre in paese c’è un tale viavai di gente che sembra un’appendice della piazzetta di fronte o del bar di fianco. I bambini  entrano e si versano da soli l’acqua dalla caraffa e i “posso andare in bagno” si sentono più che a scuola prima di un’interrogazione difficile.
Proprio in una di quelle sere qualche anno fa, mentre finivo di sparecchiare entra in casa il mio cuginone giramondo, uno di quelli che salta su un aereo che lo porterà a Singapore con la stessa disinvoltura con la quale io prendo la linea M per andare in centro, e non solo perché la sua donna fa la hostess per la British. F. dunque entra, si versa i suoi soliti 5 o 6 bicchieroni d’acqua poi si dirige verso l’angolo del camino, apre la scatola del cucito di mia madre, tira fuori un ago e comincia a togliere via una spina dall’indice. “E’ bellissimo, a casa mia non trovo mai niente, invece qui posso anche non venire per anni, ma poi ritrovo sempre quello che cerco”, commenta riponendo l’ago al suo posto. Mia madre che entrava proprio in quel momento ha fatto la ruota e ha registrato perfettamente la frase per ripropormela ogni volta che mi fa la predica per il mio disordine. Che poi mica è sempre vero, eh, che da lei le cose sono sempre al loro posto e si ritrova sempre quello che si cerca. A parte gli aghi e la sensazione di essere a casa.

Meglio non dirlo

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libri
Non ho mai avuto particolare simpatia per le varie “Giornata internazionale di” (anche se anni di attivismo e campaigning mi hanno insegnato a riconoscerne in alcuni casi il valore strategico) e la giornata internazionale del libro non fa eccezione. La campagna #ioleggoperché poi mi lascia  sempre col dubbio che stiamo qui a suonarcela e cantarcela tra di noi quanto siamo bravi e amiamo leggere. Chè io posso anche raccontarvelo perché mi piace leggere, ma poi magari uno pensa che a leggere libri rischia di diventare come me e sai che paura. E allora forse è meglio se sto zitta. No, zitta no. Continuerò a protestare fino a quando mi sembrerà che non venga difeso abbastanza il diritto di tutti ad avere adeguate occasioni di incontro con i libri e continuerò a leggere le storie ad alta voce, che loro poi fanno tutto il resto.
Buon 23 aprile, giornata internazionale del libro.

Giaime e gli Ski-Lellè di Sella Dimoniu

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Giaime Serca era un capo nel cuore, non nello sputo. Non era arrogante, non era crudele, non era spaccone; non puniva senza un motivo, non dava ordini invano, ma nessuno reggeva il suo sguardo, nessuno trovava mai niente di meglio da opporre alla forza e al senno delle sue opinioni

lunacov

Conosco diverse persone che hanno dato ai loro figli il nome di protagonisti di libri cari. Io no, io li ho scelti per il suono, prima di tutto. Niccolò mi è entrato dentro e ci è rimasto in una serata al cinema di tanti anni fa, troppo presto per un desiderio di maternità ancorché latente. Davano Io ballo da sola di Bertolucci, ed evidentemente quel nome e il ragazzo che lo portava sono le uniche cose che ho apprezzato del film, dal momento che non ricordo nient’altro. A colpirmi fu forse quel ritmo all’insù, in un momento in cui gli altri ritmi erano piuttosto piatti.
Giaime l’ho sentito per la prima volta qualche anno dopo, e forse era destino che lo sentissi proprio lì, all’ombra della Sella del Diavolo. Con gli amici di Amnesty volevamo organizzare un tavolino di raccolta firme nel porticciolo di Marina Piccola e ci aggiravamo in cerca dei gestori del Club per chiedere l’autorizzazione. Non sapevamo con precisione a chi dovessimo rivolgerci, ma da tutte le persone che incontravamo ottenevamo la stessa indicazione “Bisogna chiedere a Giaime”, come se dovessimo senz’altro sapere chi fosse. Alla fine lo trovammo Giaime e anche se non ricordo il suo volto di sicuro l’impressione positiva che mi fece doveva andare aldilà del fatto che ci diede subito l’autorizzazione per il banchetto. Sta di fatto che mi è entrato dentro anche quel nome e se il primo è stato Niccolò, il secondo “doveva” essere Giaime e chissà, forse per quello sono arrivati due maschi.

Poi però è arrivato anche il libro. Un libro che conoscevo, che avevo rimesso un sacco di volte al suo posto nello scaffale, ma che non avevo mai letto. Perché si, amavo molto il modo in cui il signore che l’aveva scritto usava le parole, ma quel libro era un libro fantasy e… ecco, non mi aspetto mai niente di buono da un fantasy io. Però quel signore un giorno, scrivendo una dedica su un libro di poesie al mio bambino, lo ha guardato dritto negli occhi e, con la sua voce che sembra arrivare come le sue parole da mondi incantati di antiche saggezze, gli ha detto: “Lo sai che io ho scritto una storia che ha come protagonista un ragazzo che si chiama come te? Il libro si chiama…” “Lunamoonda!” abbiamo concluso insieme. Era l’unico suo libro che non avevo letto, poteva essere solo quello.

E alla fine ha vinto la curiosità e l’ho letto quel libro ed è stata una grande emozione. Una di quelle emozioni che per descriverle mi servirebbe una delle metafore di quel signore che ha scritto la storia, mica così per dire. Un’emozione che ho sentito fortissima in un luogo imprecisato tra lo stomaco e la gola, come sintomo non riferibile con parole precise, ogni volta che Giaime il capo degli Ski-Lellè della banda Lunamoonda di Sella Dimoniu faceva o diceva qualcosa. E credo che d’ora in poi dirò una mezza bugia a chiunque dovesse chiedermi il perché di questo nome particolare. Parlerò magari sempre di Giaime Pintor, ma dirò soprattutto che Giaime è il protagonista di un bellissimo libro di Bruno Tognolini, un ragazzo “che non è un allievo: lui è la scuola. Lui è il cuore, il legame, il progetto. La volontà che tiene in piedi tutto questo…”
E per scoprire cosa sia “tutto questo” però bisogna leggere il libro e conoscere anche gli altri Ski-Lellè, i mezzi eroi maestri speciali di umanità che dal futuro di Sella Dimoniu o di qualche altro paradiso violato ci fanno sapere che loro ci sono e resistono anche per noi. Ma hanno bisogno del nostro aiuto.

Marzo chiaroscuro

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A momenti proprio non lo sopporto marzo, perché sembra quasi che tiri fuori tutte le mie debolezze, che mi prenda per stanchezza e colpisca a tradimento. Poi però quando esco dal lavoro alle 7 ed è ancora luce o quando vedo quell’esplosione di giallo nei prati, quasi gliele perdono le bizze da bambino viziato. Quasi gli perdono tutto, anche il fatto di non essere mai riuscita a scoprire il nome, di quei fiori gialli che ricoprono i nostri prati a marzo.
Perché marzo è proprio così, anche quando sembra sia solo brutto freddo e piovoso, non lo è mai del tutto. E’ un po’ freddo e un po’ caldo, un po’ asciutto e un po’ bagnato, un po’ bello e un po’ brutto… un po’ chiaro e un po’ scuro. Proprio come lo descrivono Chiara Carminati e Bruno Tognolini nelle Rime Chiaroscure (Rizzoli 2012, illustrazioni di Pia Valentinis). Marzo è proprio così, chiaroscuro

Marzo
Non più inverno non ancora primavera
Sole pallido e poi nuvole alla sera
Sciocco marzo, non capisco a cosa servi
Sciocco mese che mi fai venire i nervi

Però marzo, a me piace quando canti
Inseguendo le canzoni dei tuoi venti
Mille venti gialli e verdi appena nati
Che mi invitano a rincorrerti nei prati

Casa

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Gli albi illustrati sono l’unica spesa “superflua” che non ho tagliato, in questo periodo di grandi uscite per la casa nuova. In realtà però potrebbero confluire anche questi nella voce di bilancio dedicata alla casa: i libri che scelgo ultimamente sono infatti quasi sempre su questo tema.

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Questo per esempio è quello che ho comprato oggi, ed è un’autentica delizia. La casa viene declinata dall’illustratrice in tanti meravigliosi modi, come luogo fisico reale o immaginario, in tavole che hanno il potere di evocare anche luoghi non fisici, ma del cuore o dell’anima o di quello che volete.

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Casa per qualcuno è la campagna, per qualcun altro un appartamento. Per me sono entrambi. L’appartamento in città cullato nei sogni ad occhi aperti dei lunghi anni trascorsi in case d’altri e il paese con la casa di famiglia e tutti i giardini segreti, i nascondigli e le tane della mia infanzia.

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Ed è proprio con le mie due case che si apre il libro, che si chiude invece con le domande “E casa tua com’è? e tu chi sei?”. Provo a rispondere alle due domande che però nella mia testa si mischiano un po’ diventando una sola, con una sola risposta: “io sono la mia casa”. Con la matita immaginaria traccio una linea rossa su “mia” e sostituisco con “nostra” e penso che in questo momento va bene così.

Relax

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Non è che io proprio non tolleri il dolore fisico. Ho affrontato coraggiosamente due lunghi travagli e un complicatissimo parto senza anestesia, per dire.  Vorrei farvi presente dunque che non sono proprio una lagnosa pappamolle, ma più che a voi vorrei farlo presente alle persone che erano al centro commerciale oggi e mi hanno sentito urlare quando quella maledetta poltrona massaggiante mi ha artigliato i polpacci con le sue sadiche ganasce d’acciaio. Secondo me era proprio guasta, c’era qualcosa che non andava e l’ho ripetuto più volte al marito che se la godeva nella poltrona di lato alla mia. Gliel’ho detto prima a denti stretti e poi proprio urlando di dolore che la mia era una poltrona da amputazione più che da massaggio, ma lui ovviamente non mi ha creduto. Il fatto è poi che non volevo nemmeno dargliela vinta (alla poltrona mostro, non al marito) e rinunciare così senza combattere ai miei amati arti inferiori. Per cui ho pure cercato di divincolarmi peggiorando la situazione. Si, lo ammetto, non dovevo essere un bello spettacolo, soprattutto agli occhi di chi al posto dell’orribile creatura trita arti continuava a vedere una normalissima poltrona da massaggio (magari con un’orribile creatura indemoniata che si agitava sopra). Ma tant’è, è andata anche questa e in fondo posso ancora camminare, il che è decisamente più di quanto sperassi solo mezz’ora fa. State certi però che se mai dovessi commettere un atto di vandalismo nella mia vita, sarà contro una di quelle poltrone.

Il sorriso dei maestri

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Il sorriso di approvazione di mia madre la prima volta che ho cucito da sola (e l’ho fatto benissimo!) una toppa sui pantaloni di mio figlio o quello del mio amico e maestro di origami la prima volta che ho piegato una rosa di Kawasaki. Ma anche quello degli amici supertecnologici tutte le volte in cui me la cavo da sola con i problemi del computer o dei miei figli quando capisco la logica di un gioco (non è mica così scontato, eh)! Io adoro quel tipo di sorrisi lì, quelli che strappi ai maestri che le cose ti hanno insegnato a farle. Sorrisi che stiamo così attenti a far avere ai bambini, ma pensiamo che da adulti non siano poi così importanti. Perché non è il generico plauso per una cosa fatta bene, no è un’altra cosa. E’ conquista vera l’approvazione dei maestri e non smette mai di esserlo. Che poi, a dirla tutta, io le toppe ai pantaloni dei miei figli quando serve le faccio mettere dalla sarta, ma questo non è importante e non è detto che mia madre lo debba sapere. Quello che conta è quel sorriso.

Questione di sfumature oppure no

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Ogni giorno lo becco il trailer di 50 sfumature di etcetera mentre vado al lavoro. Tutti i santi giorni sento la voce piatta e insulsa vibrante di passione di Christian invocare “Anastasia!” e ho il piacere di scoprire che lei nemmeno per un istante lo scambia per qualcun altro, no lo riconosce subito e risponde con un fremente “Christian!”.
E ripenso al libro che non è volato dalla finestra a pagina 20 solo perché avrei dovuto lanciare anche il Kobo. E non è questione di giudizi snob, intendiamoci, ché so bene di non potermeli permettere quelli, col pedigree da lettrice tutto macchiato di rosa che mi ritrovo. Ma vi posso assicurare che una buonissima percentuale delle autrici di Harmony e cose simili che ho letto usava le parole meglio di Mrs sfumature. Per tacere del resto.

Ma ho l’antidoto, che vi credete? Non serve nemmeno cambiare stazione. Mi basta escludere mentalemente quello che sento e pensare alla voce di Mr. Thornton (Richard Ermitage) che chiama “Margaret!” nella scena finale di North and South (vabbè, succede nel libro, nello sceneggiato è praticamente muta la scena, anche se quasi altrettanto bella). E già che ci sono penso anche al seguito, a quello che John Thornton dice a Margaret. “Take care. -If you do not speak- I shall claim you as my own in some presumptuous way. -Send me away at once, if I must go; -Margaret!-”. Ché non è che noi romanticone cresciute a pane e Jane Austen ci sazi così, impastando polpettoni di amore e cuore, per dire. Figuriamocii poi se pretendi di coprire l’insipidezza del resto rovescendoci dentro un intero barattolo di peperoncino scadente.

Insiemi

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insiemi

E’ sempre così con i compiti di matematica di fratellominore: i primi 10 minuti li passa a cercare di spiegarmi con pazienza la consegna, in modo che io possa capire cosa deve fare e controllare se fa bene. E non è che ne bastino sempre 10 di minuti, ché oltre il calcolo della percentuale di sconto durante i saldi, la matematica per me è un mondo incomprensibile e quella della prima elementare lo è ancora di più. Però a lui piace essere seguito e sospetto provi anche una sadica soddisfazione nel mettermi davanti ai miei limiti, per cui ogni volta mi sottopongo alle sue spiegazioni. Ieri per esempio doveva fare qualcosa tipo unione di insiemi. Mi mostra quello che ha fatto a scuola
-Vedi? 4 rose e 2 margherite formano un insieme di 6 fiori. Quindi io disegno magari 5 macchine e 3 moto e ho 8 mezzi di trasporto.
E’ facile questa volta ho capito subito. Mi allontano un attimo mentre porta a termine il suo compito e al mio rientro vedo che ha iniziato con un nuovo insieme. Guardo bene dentro il cerchio e vedo 8 cuoricini colorati di rosso.
-Cuoriiii???- Penso, stai a vedere che non ci ho capito niente. O forse si, lui in fondo è un biscazziere nato.
-Oh, cuori- Dico con un sorriso -Nell’altro, disegni fiori o picche e fai l’insieme dei segni delle carte?-
Mi liquida con un no secco e comincia a disegnare un cerchio vuoto
-Oh mio Dio, non fegati e polmoni!- faccio tra me e me -Sta vedere che ha sentito fratellomaggiore ripetere il corpo umano al babbo e ora vuole fare un insieme di organi interni!-
Intanto però il nuovo cerchio si riempie di segnetti simili a stelline. Penso che stia andando fuori tema e mi chiedo come trasformare quei cuori colorati di rosso in qualcosa di più raggruppabile. Si, cuoricini e stelline potrebbero formare un insieme di elementi decorativi. Ma magari detto in questi termini si capisce che c’è l’intervento della mamma.
Lui intanto va avanti tranquillo e a quel punto trovo il coraggio di chiederglielo
-Giaime, ma cuoricini e stelline che insieme possono formare?
Mi guarda con quel mezzo sorriso sarcastico che ha quando è costretto a spiegare l’ovvio a qualcuno che per definizione dovrebbe sapere tutto
-L’insieme delle cose d’amore, magari?
-Ah, certo! quando uno è innamorato vede le stelline! Non ci avevo pensato
-Appunto!-
Per un istante, ma anzi molto meno, credo di aver pensato di farlo correggere. Ma poi ho guardato il suo quaderno fiera e gongolante. Ad eventuali correzioni e chiarimenti ci avrebbe pensato la maestra. Per me l’insieme delle cose d’amore era uno dei più belli che si potessero immaginare.

Boa Constrictor

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-Io mi ricordo di te!-
Mi dice la compagna di scuola di fratellomaggiore appena arrivata alla sua pizzata di compleanno, puntandomi l’indice addosso.
-Ti prego, qualunque sia il motivo, fa che non metta in imbarazzo Nicco!- Imploro in silenzio.
Ma faccio appena in tempo a formulare il pensiero che lei comincia a raccontare. Prima di trasferirsi abitava vicino alla biblioteca nella quale lavoro e un giorno era venuta in visita con la scuola.
-Tu ci avevi letto delle poesie e una abbiamo provato a dirla tutti insieme trattenendo il fiato-
E a quel punto prendiamo un bel respiro e attacchiamo velocissime, quasi nello stesso istante, tra gli altri genitori che ci guardano incuriositi.
Sto per essere inghiottito
da un boa, boa, boa,
sto per essere inghiottito
da un boa constrictor.
E questo non mi piace,

vi assicuro neanche un po’

E il fatto che questa ragazzina a distanza di qualche anno si ricordi di me e del vecchio Shel (Silvertein), è una sensazione così bella da farmi guardare con occhi nuovi e più indulgenti perfino le feste di compleanno.

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