(S)pensieratezza

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spensieratezza
E dunque avete il coraggio di definire l’infanzia “età spensierata”, solo perché quegli esserini in ambiente ostile (cit. Bruno Tognolini) non hanno preoccupazioni di tipo organizzativo o non hanno una famiglia da sfamare? Ma la volete passare una mezz’oretta con fratellominore, magari proprio nei momenti in cui quella esse privativa si dilegua con un sorriso di scherno e la spensieratezza diventa  “pensieratezza” spinta? Avete voglia di essere messi spalle al muro con discorsi che sconfinano pericolosamente in concetti come il libero arbitrio? Oppure di affrontare le sue domande sul trascorrere del tempo e infilarvi in quel vicolo cieco (e non pensate di riuscire ad evitarlo) che porta alla “grande domanda”? Perché lui lo sa eh, che vivere per sempre senza crescere ed invecchiare sarebbe brutto. Epperò (pensa tu) ha paura di morire, perché se muore poi non può fare più niente e non può pensare e lui ha paura di non pensare. E magari ditegli che lui deve essere spensierato perché è un bambino e state ad ascoltare la risposta. (S)pensieratamente.

Ferie d’agosto in campeggio

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Ferie d’agosto in campeggio #1
Vabbè che quando si avvicinano a quella terra di confine tra infanzia e adolescenza a volte ti viene un po’ il magone e vorresti tenerli ancora da questa parte. Ma se poi da questa parte l’attività preferita è catturare rospi giganteschi e pretendere di tenerli in casa, alla fine non vedi l’ora che gli arrivi questa benedetta adolescenza con tutte le sue rogne. Anche perché altrimenti rischia di trovarli orfani di madre, ché un infarto non me lo risparmiai nessuno se mi salta addosso uno di quei cosi, fossero anche principi azzurri ante metamorfosi, che peraltro sarebbero in notevole ritardo!

Ferie d’agosto in campeggio #2
No dico, sono due giorni che mi ammazzano con questa storia del bagno di mezzanotte, perché tutti in campeggio oggi faranno il bagno di mezzanotte e io non posso dire di no. E non ho nemmeno fatto la doccia, ho tenuto il costume addosso e mi sono convinta che è proprio quello che desidero di più al mondo, fare il bagno di mezzanotte e già pensavo di scriverlo su fb che ho fatto il bagno di mezzanotte e non ricordo nemmeno di averlo fatto altre volte il bagno di mezzanotte… E il fatto è che non lo faccio nemmeno stavolta, perché dopo tante storie fratello minore mi crolla in braccio alle 23. E così il bagno di mezzanotte lo faranno solo fratellomaggiore col babbo. Io resisto alla tentazione di far fare al piccolo che ho in braccio il battesimo ad immersione delle 11, lascio la festa e me lo porto a letto.

Ferie d’agosto in campeggio #3
No che non parteciperò ai giochi di ferragosto. No che non permetterò che quei distillati di agonismo che mi ritrovo come figli debbano contare per far vincere la loro squadra sulla foca con la sciatica che hanno per madre. “Mamma vieni subito, non devi fare niente: devi solo sdraiarti sulla sabbia!” Manca solo che aggiunga, come nella famosa barzelletta, che io devo solo dare da mangiare alla scimmia che poi al resto pensa lei. Andiamo a sdraiarci va, figli ingrati!

Ferie d’agosto in campeggio #4
Il campeggiatore si è presentato con molte scuse per il disturbo a chiedere un consiglio medico a mio marito, ma continuava a guardare me e io già pensavo fosse stato rapito dalla mia avvenenza (d’altra parte stavano parlando di un collirio…) Il consulto era per la figlia adolescente, che “comunque ora sta meglio, è pure andata a quel festival laggiù, all’Holi Color… Vedo che c’è stata pure lei!” Ah ecco… eravamo lì, seduti più o meno compostamente tutti a tavola, nonni compresi, ed io ero ancora in versione multicolor. Ma parecchio, eh!

Il caldo no

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Ecco, in ordine casuale, alcune cose che mi hanno impedito di dormire:
– il mal di denti
– l’attesa di un’ineluttabile brutta notizia
– un libro da finire
– alcune emozioni troppo grandi per essere smaltite nelle ore di luce… cose tipo la laurea, il matrimonio, l’acquisto di un paio di scarpe nuove…
– i sensi di colpa
– i progetti, le idee, la revisione di bozze immaginarie
– un mazzo di rose gialle con biglietto anonimo sullo zerbino di casa (ok, lo ammetto, questo non è mai successo, ma se lo fosse mi avrebbe di sicuro impedito di dormire)
– gli incubi dei figli
– gli incubi per i figli
– il freddo, se non posso coprirmi abbastanza
– un bufalo che mi sbuffa affianco lamentandosi del caldo e del fatto che gli altri riescano a dormire, magari coperti, come estremo affronto.
Il caldo mai. Non mi sono mai lamentata del caldo io, men che meno ad agosto. Se magari dunque il dio del meteo le secchiate potesse mandarle giù in modo un po’ più selettivo, mi farebbe un grande favore.

Il cuore dei ponti

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Ripubblico un post scritto qualche tempo fa, perché oggi è il 19 luglio e anche quel giorno del 1992 era il 19 luglio. Perché Emanuela aveva solo 25 anni ed era di Sestu, la cittadina dell’hinterland cagliaritano dove lavoro da 10 anni. Perché ogni volta che scrivo Loi su una tessera mi chiedo se si tratti di un parente. Perché forse non ha importanza che lo siano, perché il lutto lo portiamo tutti.ponte-strallato

Il cuore dei ponti
Che uniscono i posti
I cuori che vanno
I cuori rimasti
Il cuore di mia madre 
Il cuore della notte
Il cuore generoso
Il cuore di Chisciotte
(Gek Tessaro)

A me il ponte strallato sulla Statale 554 è sempre piaciuto. Non sono certo in grado di giudicare se un’opera di questa portata fosse veramente necessaria e, da quell’automobilista negata che sono, non riesco nemmeno ad apprezzarne i vantaggi pratici sulla viabilità. Ma mi piace vederlo, mi piace passarci sotto o a fianco quando parto per le vacanze o il fine settimana e, al rientro in città, mi piace che i miei figli appena lo scorgono in lontananza smettano di chiedermi “quanto manca???”.
Ma a me in realtà sono sempre piaciuti i ponti in generale. I ponti che uniscono i posti e che hanno un cuore o tanti cuori. Nel ponte strallato sulla SS 554 un cuore sicuramente batte nella campata centrale, dove si trova la grande targa che lo intitola ad Emanuela Loi. So che non ce n’è bisogno, ma ricordare chi era Emanuela non fa certo male. Era un’agente di polizia di Sestu (CA) in servizio di scorta a Paolo Borsellino, vittima col magistrato e altri quattro colleghi della strage di via D’Amelio, il 19 luglio 1992. Aveva 25 anni.

A cavallo della linea

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filo di lana
Il ragazzo che mi era toccato in sorte per il lavoro in coppia al corso sulla gestione dei conflitti era piuttosto affascinante e aveva uno sguardo magnetico, ma non credo sia stato solo questo a farmi ignorare le consegne e mandare al diavolo l’esercizio. E’ che quando uno ti guarda con espressione intensa e ti dice che per lui è di vitale importanza che tu faccia una cosa, è difficile non farla. Per questo ho oltrepassato subito quella linea passando dalla sua parte. Il fatto è che secondo le consegne avrei dovuto fare altrettanto, avrei dovuto anche io convincere il mio compagno ad oltrepassare la linea e passare dalla mia parte, perché anche per me era di vitale importanza. Insieme poi avremmo dovuto trovare una soluzione che accontentasse entrambi.

Quando lui mi fece notare il mio “errore”, risposi che tanto non ne saremmo venuti fuori, era impossibile trovare un punto di incontro, uno dei due avrebbe dovuto cedere e tanto valeva finirla subito. Ma lui mi lasciò parlare e po mi disse serenamente che non condivideva il mio punto di vista, che si sarebbe potuti giungere ad un accordo, che esistevano altre soluzioni. “Per esempio quale?” chiesi. “Per esempio questa” rispose, spostando solo un piede oltre il filo di lana che segnava il nostro confine, mettendosi così a cavallo della linea e invitandomi a fare altrettanto. Ecco, da allora cerco di non dimenticarlo che, almeno in certi casi, esiste anche la possibilità di stare a cavallo della linea.

Solo oggi che

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Se è vero che le eccezioni più che confermarle le uccidono le regole, qui a casa nostra è un massacro quotidiano, un’ecatombe. Perché è inutile girarci intorno: le regole le conosciamo e anche abbastanza bene, ma poi finiamo per vivere di eccezioni. Siamo forti in teoria, ma ci frega la pratica, insomma. La maggior parte delle volte sono le emergenze quotidiane a fiaccare la nostra (già in partenza non proprio granitica) forza di volontà, facendoci cedere per stanchezza. E loro, gli esserini in ambiente ostile allenati a trarre il meglio dal confronto con gli adulti di potere, lo capiscono benissimo quando stiamo per cedere e quando è il momento di sferrare l’attacco decisivo.
Da qualche tempo in qua però fratellomaggiore, forse perché crescendo avverte di più il senso di colpa e frustrazione che accompagna i miei cedimenti, ha cominciato a non accontentarsi si un “si” estorto in momenti di stanchezza. Il che non vuol dire che ha riunciato alle eccezioni eh, figurarsi se rinuncia, vuol solo dire che lui i “si”, i “puoi”,  i “va bene, ok” li vuole “veri” e col sorriso. E per questo conduce le sue battaglie quotidiane all’insegna del “dai, mamma, solo oggi che…”. E il fatto è che riesce pure a trovarlo ogni giorno un fattore di unicità, il filibustiere. E mamma mica può rimanere insensibile davanti a chi le ricorda che ogni giorno è un giorno speciale! Ok, va bene, solo oggi che…

La notte del buon consiglio

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Premetto che non sono assolutamente in grado di scrivere un racconto. Non sono nemmeno una lettrice di racconti io, figuriamoci se so scriverne uno. Però mi sono imbattuta in questo raccontino scritto tempo fa per un altro blog e ho deciso di volerlo anche qui. Siate clementi.

La notte del buon consiglio

C’era il fuoco acceso. Pietro sentì il crepitio delle fiamme nel camino prima ancora di vederle. Eppure Teresa sarebbe dovuta essere a letto già da qualche ora. O era stato lui stesso ad accendere il fuoco con la forza del pensiero, tanto l’aveva desiderato ed evocato rientrando a casa a piedi, col freddo che gli era penetrato fin dentro le ossa?

Forse per il sollievo, forse per la stanchezza, forse per il sangue che aveva preso a circolare nuovamente nelle sue vene, in un impeto di euforia provò a testare ulteriormente le sue capacità di psicocinesi, utilizzando la forza del pensiero per accendere la luce. La lampadina però rimase ostinatamente spenta, al contrario delle guance di Pietro che si accesero di immediata vergogna non appena lo colse la consapevolezza di aver abdicato, anche se solo per un momento, alla sua solita razionalità. Stava dunque più realisticamente per allungare la mano verso l’interruttore, quando un movimento attirò la sua attenzione sul divano. Teresa, si alzò e rimase un istante ferma per riacquistare l’equilibrio, l’aspetto assonnato e arruffato contrastava con quello fiero e minaccioso del non meglio definito supereroe stampato sul plaid che la avvolgeva. Riuscì a rivolgergli comunque una muta domanda con lo sguardo, alla quale Pietro rispose con un leggero cenno affermativo. Lei accennò mezzo sorriso.

-“Non farci l’abitudine – disse indicando il fuoco – domani mi racconti com’è andata ho sonno, notte”.

-“Notte e grazie”, rispose Pietro sfiorando con le labbra i capelli della moglie.

Rimasto solo si lasciò cadere sul divano allungando i piedi verso il camino ringraziando ancora mentalmente Teresa per aver tenuto acceso il fuoco. Non che in caso contrario sarebbe morto di freddo. La loro casa era infatti dotata di un modernissimo sistema di riscaldamento, che lui come il resto della famiglia e di tutte le persone che frequentavano la loro casa trovava di solito assolutamente sufficiente. Di solito, ma non sempre. Non in giornate come quella in cui il suo bisogno di calore non si sarebbe placato con un semplice aumento di temperatura. No, aveva bisogno di quel calore che pervade tutti i sensi. Aveva bisogno di vederlo, di sentirne il rumore e il profumo. Aveva bisogno di sentirsene avvolto. Aveva bisogno del fuoco acceso nel cammino, insomma. E Teresa questo l’aveva capito. Ma d’altra parte la sua capacità di capirlo così profondamente era uno dei motivi per i quali l’aveva sposata. Un altro era il tempismo del suo sonno. Sembrava infatti che un sonno irrefrenabile cogliesse Teresa tutte le volte che lui rientrava troppo tardi e troppo stanco per chiacchierare o semplicemente quando voleva starsene in silenzio a leggere o guardare qualcosa in televisione. A volte poi il suo sonno interveniva a salvarlo da un destino atroce, come le volte in cui la moglie decideva che “bisognava” guardare insieme il festival di Sanremo o uno di quei varietà che vivono di rendita riproponendo in tutte le salse i migliori successi degli anni ’70-’80 e non perchè apprezzasse in alcun modo quella fiera di banalità canore e non o avesse qualche rigurgito di patriottismo, ma solo perchè quei programmi le ricordavano la sua infanzia. Nei primi tempi aveva provato ad opporsi, ma poi aveva imparato e cedeva magnanimo o addirittura si spingeva fino al punto di ricordarglielo lui, certo che sua moglie si sarebbe comunque addormentata prima dell’esibizione del primo cantante in gara, risparmiandogli quella pena e lasciandolo assoluto padrone del telecomando.

Quella sera era appunto una di quelle in cui aveva bisogno di stare un po’ per conto suo. Era stato un consiglio comunale lunghissimo ed estenuante e non si poteva dire che ne fosse uscito indenne. Ma da li a pochi giorni 120 disperati in fuga dalla guerra avrebbero avuto nel loro piccolo centro ospitalità degna di esseri umani. E all’altezza di un paese che aveva sempre fatto dell’accoglienza e dell’apertura a “l’altro” una propria bandiera. E questa per ora era la cosa più importante.

Fratellanza

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A tutti servirebbe un fratello
che nel momento più scuro
esca di nascosto
e si riempia le tasche,
che nel bosco resti al tuo fianco
e lasci cadere ad ogni passo
un sassolino bianco
(da Dentro la fiaba,
S. Vecchini e A. Vairo)

nicco e giai.jpeg

Essere svegliati dal suono del telefono alle 6.30 del mattino non è mai il massimo, ma quando i bambini non sono in casa per una come me è praticamente da sincope.
Così questa mattina ho risposto al telefono con uno stato d’animo tale che quando fratellomaggiore mi ha “solo” chiesto dove avessi messo lo spruzzino perché stava respirando male, ho quasi sospirato di sollievo. Prima di rendermi conto che la borsa dei farmaci era rimasta a casa e lui era dai nonni, a 100 km di distanza. Il senso di colpa era già lì e si è limitato a sollevare mezzo sopraciglio: da un pezzo ha deciso che  fa prima a stabilirsi da me in pianta stabile.
Dando mentalmente prova di autentici virtusosimi dell’autoinsulto, ma cercando di mantenere la calma, spiego a fratellomaggiore che ho dimenticato i farmaci e che lui deve chiedere al nonno di accompagnarlo in guardia medica dove gli “presteranno” lo spruzzino. Non è molto contento, ma ubbidisce. Nemmeno 10 minuti e mi richiama. Tutto a posto, non è stato necessario andare dalla guardia medica perché c’era una bomboletta di Broncovaleas nello zaino preparato da fratellominore, insieme ai suoi giocattoli e ad altre cose “che mi possono servire”. Io penso ad una delle bombolette di scorta, rimasta nel fondo dello zaino da una delle ultime gite. Ma Nicco spiega che si tratta di quella che usa sempre e che c’era anche il distanziatore, “ce l’ha messa Giaime, si è preoccupato per me”. Uno hobbit di nemmeno 7 anni ha deciso da solo che tra le cose che possono servire quando si va dai nonni ci sono lo spruzzino e il distanziatore, perché come ci ha spiegato più tardi “io lo so che a Nicco a volte viene l’asma e ho pensato che era meglio se lo portavo”.
La commozione fa la ola insieme all’orgoglio materno e quel balzo di coraggio (o magari un suo pronipote) che ci aveva fatto gettare il cuore oltre l’ostacolo e decidere che magari potevamo pure farcela a dare un fratellino a fratellomaggiore, fa capolino invitando il senso di colpa a fare almeno un giretto.

Le mamme non sono divertenti

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calvin
Quando il nostro nuovo vicino di casa di 4 anni ha allungato la mano verso la libreria e ha afferrato la mia copia di “Gli uccelli” di Germano Zullo e Albertine, solo la dedizione alla causa della promozione della lettura mi ha impedito di artigliargli il braccio. Non ci posso fare niente, mi prende così: i mie albi illustrati non si toccano o si toccano con molta cautela, come ho già raccontato altrove. Non sono però riuscita a stare zitta e con voce dolce e gentile (almeno spero sia risultata tale) gli ho detto ” tesoro, trattalo con cura, mi raccomando ci tengo molto, sai? anche se sono libri per bambini”.
“Certo, lei è una bibliotecaria!” è intervenuto a quel punto fratellomaggiore con aria annoiata sollevando per mezzo secondo lo sguardo dall’iPad.
“Beh, che c’entra, almeno le bibliotecarie sono divertenti!” ha replicato fratellominore, facendomi quasi spiccare il volo. Dico quasi perché appena il tempo di spiegare le ali aveva già precisato “Non dico mamma eh, ma almeno R.” .
Qual è il suono onomatopeico per un tonfo sul pavimento? pumfete?
Accortosi del mio disappunto ha poi aggiunto “dai mamma, non prendertela, tu sei più bella e più brava, ma R. e più divertente”.
Eh già, mi son detta dandomi un’immaginaria pacca sulla spalla, non prendertela, sei sua madre, le mamme possono essere le più belle e le più brave, ma non le più divertenti.
Hai voglia di fargli fare la doccia vestiti, di permettere che si spalmino la schiuma da barba del padre su tutta la faccia, di colorare con lo zafferano le pozioni che devono essere assolutamente gialle, di tirare giù tutte le lenzuola dall’armadio per fare accampamenti e velieri da pirati. Hai voglia di discutere col marito a suon di “lasciamoglielo fare: è divertente!”. Per quanto ti sforzi ci sarà sempre una R. più divertente di te. Non fosse per altro che per il fatto di non averlo mai costretto a mettere la felpa.

La scatola del cucito

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Sewing-Box1
Certe sere d’estate nella veranda di mia madre in paese c’è un tale viavai di gente che sembra un’appendice della piazzetta di fronte o del bar di fianco. I bambini  entrano e si versano da soli l’acqua dalla caraffa e i “posso andare in bagno” si sentono più che a scuola prima di un’interrogazione difficile.
Proprio in una di quelle sere qualche anno fa, mentre finivo di sparecchiare entra in casa il mio cuginone giramondo, uno di quelli che salta su un aereo che lo porterà a Singapore con la stessa disinvoltura con la quale io prendo la linea M per andare in centro, e non solo perché la sua donna fa la hostess per la British. F. dunque entra, si versa i suoi soliti 5 o 6 bicchieroni d’acqua poi si dirige verso l’angolo del camino, apre la scatola del cucito di mia madre, tira fuori un ago e comincia a togliere via una spina dall’indice. “E’ bellissimo, a casa mia non trovo mai niente, invece qui posso anche non venire per anni, ma poi ritrovo sempre quello che cerco”, commenta riponendo l’ago al suo posto. Mia madre che entrava proprio in quel momento ha fatto la ruota e ha registrato perfettamente la frase per ripropormela ogni volta che mi fa la predica per il mio disordine. Che poi mica è sempre vero, eh, che da lei le cose sono sempre al loro posto e si ritrova sempre quello che si cerca. A parte gli aghi e la sensazione di essere a casa.

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