Ancora no

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Non l’ho ancora visto, lo confesso. Non sono ancora andata a vedere l’appartamento che ci stanno costruendo. L’hanno visto in tanti, parenti e un bel po’ di amici, ma io ancora no. E pensare che questa volta si può pure entrare dentro, perché il pavimento c’è, e ci sono pure un soffitto e una cucina (o almeno c’è lo spazio che la accoglierà). Non c’è un vasino, è vero, ma la pipì potrei riuscire a trattenerla il tempo giusto per dare un’occhiata in giro. O magari no, perché l’emozione può giocare brutti scherzi. So già che sarà perfetta, piccolina, ma perfetta, con la libreria a ponte e tutto il resto. Non ci sono spiragli per la delusione dunque, ma è il momento in cui la realtà incontra il sogno che sto cercando di posticipare. Perché i sogni a lungo sognati fanno paura. O forse soffro di un raro caso di HPD, Housing Personality Disorders. Non chiedete a zio google o zia wikipì, perché la sindrome me la sono appena inventata, ma se qualche neuropsichiatra decidesse di studiarmi forse scoprirebbe che esiste. Magari però deciderebbe che non è molto grave come disturbo, che non servono lunghi trattamenti specifici. Ho la sensazione infatti che per far regredire spontaneamente i sintomi basterebbe anche solo arrivare all’inizio della via e vedere che non c’è nessun cartello “Via dei Matti”. Ora però, per favore, non fatemi uno scherzo.

Domani tutti a Capo Frasca

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porto pino
“Mamma, io non voglio andare alla manifestazione, ho paura!”
“Tranquillo amore, andremo perché è importante esserci, ma ci saranno anche tantissimi bambini, non ti porterei mai se pensassi possa essere pericoloso”.
Poi però mi sono ritrovata a cercare di rassicurare anche la mia amica, che mi chiedeva se fossi davvero convinta dell’opportunità di andare con i bambini. Anche ieri una ragazza appena conosciuta mi ha confessato che sarebbe andata con il ragazzo, ma aveva un po’ paura. E io di nuovo a rassicurare. “Stai tranquilla, non succederà niente. Anzi, qualcosa speriamo succeda, ma sarà qualcosa di bello”. E mentre lo dico mi accorgo che sono davvero convinta e che è strano che non provi nemmeno un pochino d’ansia per la manifestazione di domani contro le servitù militari. Voglio dire, io sono un distillato d’ansia: in genere per me non esiste una situazione che di base non sia pericolosa e se mai dovesse sembrarlo, per sicurezza metto subito in campo un ventaglio di possibilità che possono arrivare a comprendere anche un’invasione aliena. Tutto pur di non stare tranquilla insomma. Ci metto zero secondi a schiacciare il pulsante “ok panico!” io. Invece per domani di paura non ne ho nemmeno un po’. O meglio ne ho tante: ho paura che un contrattempo mi impedisca di partire, che piova, che troppi interessi di bandiera impediscano che sia la manifestazione di tutti i sardi etc. etc. Per il resto nessuna paura.
Non immaginare il diverso futuro possibile, ignorare il futuro che vogliamo, ci mutila e ottunde nel presente” diceva Danilo Dolci. Io un diverso futuro possibile per la mia terra l’ho immaginato tante volte e per questo domani vado a Capo Frasca. Ansiosa si, mutila ed ottusa no.

Questa volta non ho riso

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Teatro
“Martedì vengo a Cagliari, che si fa? mi dice la sister al telefono”.
“Martedì mattina ho un corso di aggiornamento, ma considerato che si tratta di un laboratorio di formazione teatrale, ci sono buone probabilità che mi sbattano fuori entro la prima ora”, rispondo.
La sister annuisce dubbiosa. Probabilmente pensa che un’ora sarebbe già un successo. I dubbi ovviamente non riguardano le mie doti di recitazione (è un laboratorio per bibliotecari che leggono ad alta voce, non un provino per scegliere Medea!) e d’altra parte se c’è da mettersi in gioco io non mi tiro certo indietro. Il fatto è che, forse perché ho sempre avuto un rapporto abbastanza conflittuale col mio corpo, se bisogna giocare troppo con l’espressione corporea può capitare (ed è capitato) che io mi metta a ridere. Ma mica un risolino sciocco, di quelli che al massimo ti attirano qualche sguardo di rimprovero, no no, io rido proprio fino alle lacrime, divento assolutamente incapace di compiere qualunque azione mi venga richiesta e faccio ridere pure gli altri. Ecco perché temevo di venire sbattuta fuori, perché non è che una si iscrive a un laboratorio teatrale e si illude di stare seduta a prendere appunti, per dire.
Invece non ho riso (e pochissime volte ho rischiato di farlo), perché l’attore è bravissimo e perché si parlava della ritualità del gesto e i riti sono sempre stati molto importanti per me. Non ho riso nemmeno quando mi sono trovata seduta davanti a una sconosciuta di parecchi anni più grande di me, a cercare di raccontarle con gli occhi la mia storia e provare ad accogliere la sua. A dire la verità quello è stato uno dei momenti in cui ho rischiato… perché questi attori la fanno facile eh, ma io con gli occhi ti so raccontare se sono felice, triste, stupita, delusa, commossa etc., ma non che la mia nuova casa è si un po’ piccolina, ma io sono molto felice perché la arrederò proprio come voglio io e sarà una specie di nido etc. etc. (è questa la storia che i miei occhi hanno provato a raccontare). Poi però bisognava pure rappresentare con un gesto o una breve sequenza di gesti la storia che ci era stata raccontata e quando tutto è finito la mia compagna mi ha detto “Sai, mi hai colpita, mi è sembrato che il tuo gesto rappresentasse bene quello che ho cercato di raccontarti. Io ho scelto l’abbraccio e il gesto del cullare perché vedevo qualcosa di materno in quello che cercavi di comunicarmi, è vero?”.
Casa… nido… Si, in fondo ci sei andata vicina. Questi attori la faranno facile, ma la sanno pure lunga.

Giù nell’orto

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orti1
Mia madre ci ha sempre detto che quando dovesse giungere la sua ora, se mai avessimo qualche dubbio sul fatto che sia o no passata definitivamente a vita migliore, dovremmo portarla giù nell’orto. “Se c’è ancora un filo di vita in me, mi tiro su di sicuro, perché l’orto mi da energia”, dice. E io le credo, eh. Ci sarà sicuramente qualche erbaccia da estirpare o una piantina di pomodoro da raddrizzare davanti alle quali non potrebbe stare ferma. Sorrido, ma ci penso. Percorriamo strade su strade (chi più chi meno e io di sicuro meno e non per mancanza di volontà, ma questa è un’altra storia) cercando il luogo dell’anima, quello in cui ci sentiamo un tutt’uno con l’universo e dalla terra riceviamo solo energia positiva, e lei quel luogo l’ha trovato lì, a due rampe di scale di distanza. E non sto assolutamente pensando che non sia poi così importante viaggiare, ché l’importanza e la bellezza del viaggio e della scoperta le conosco molto bene. Voglio solo dire che al mondo ci sono un sacco di cose belle da scoprire, anche senza dover andare necessariamente a cercare se stessi. Magari perché ci si è già trovati in casa, o giù nell’orto.

Tre guizzi di felicità

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delfino
Lo confesso e un po’ me ne vergogno: quando ho sentito la donna urlare con voce eccitatissima e inconfondibile accento romano di aver visto un delfino, ho pensato alla solita turista vogliosa di aggiungere un tocco esotico extra alle vacanze in Sardegna. Ho alzato lo sguardo con indolenza, più per vedere che faccia avesse la visionaria che altro, ma qualcosa nel suo mi ha convinta a seguirne la direzione. E a quel punto l’ho visto, un guizzo e poi di nuovo in acqua, avrei potuto pensare di essere stata contagiata dalle visioni della turista romana, se non ci fosse stata quella pinna a dirmi che era tutto vero. Con un guizzo simile il mio entusiasmo autoctono ha rimontato su quello laziale superandolo anzi di qualche lunghezza, urlavo i nomi dei miei figli e saltellavo, mentre cercavo di trovare la macchina fotografica nella borsa senza smettere di guardare verso il mare. Un altro guizzo e questa volta l’abbiamo visto tutti. E quando li ho sentiti urlare “l’ho visto!” ho provato un istante di perfezione assoluta, nemmeno lontanamente paragonabile al momento, pur meraviglioso in cui l’avevo individuato io. Col terzo guizzo la magia dell’istante sconfina nella leggenda, perché i miei figli e i nostri amici-di-avvistamento romani assicurano che questa volta fossero in due, che ci fosse anche un cucciolo insieme al delfino grande. Io non potrei giurarlo però, forse la mia capacità di accogliere la meraviglia a quel punto era già satura.
Mentre i delfini si perdevano in lontananza, noi siamo rimasti lì, pieni di incantato stupore, in quella piccolissima cala sul lato sinistro dell’istmo di San Giovanni di Sinis, dove eravamo andati per vedere la pace di un mare sempre calmo e abbiamo trovato anche tre guizzi di pura felicità.

In cammino

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camminare
Non è che sia proprio una persona refrattaria a qualsiasi attività fisica, questo no. Se c’è da camminare, per esempio, io cammino. Ho camminato per ore, anche in tragitti impervi, ho percorso chilometri e chilometri anche col pancione e sotto il sole a picco, senza conoscere la stanchezza. Ho fatto escursioni, pellegrinaggi, marce e tante altre attività nelle quali può essere declinato il verbo camminare (anche se in quanto a impegno richiesto i piedi reclamano con forza il primato dei vari primo giorno dei saldi). E mi piace proprio camminare. Mi piace quando ho una meta da raggiungere che nell’andare la mente arricchisce di storie, ma anche quando una meta non c’è e i piedi disegnano geometrie senza senso, mentre i pensieri cercano di trovarlo un senso.
Mi piace camminare, però finisce lì. Per il resto, di sportivo nella mia vita c’è solo il medico che ho sposato. Dunque la risposta è no, non mi iscrivo in palestra e non vengo a correre. Se vuoi però, mettiamoci in cammino.

Un mare calmo

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San_giovanni_di_sinis
Chi ha dei figli lo sa, fin dal primo giorno in cui vengono al mondo ci si trova a dover scegliere, nelle pratiche quotidiane della cura, questa o quella scuola di pensiero, che può essere rappresentata indifferentemente da grandi pediatri, psicologi e pedagogisti, da nonne che ne-ho-allevato-cinque-lo-saprò, da vicine di casa che hanno una nipote che vive in Germania dove-lì-si-che-li-sanno-educare-i-bambini e così via. Alla fine uno sceglie di seguire l’istinto e il cuore anche perché altrimenti rischia di perdere la testa tra quelle teorie. Io per esempio, ho scelto di allattare a richiesta, di far dormire il bambino con me e di tenerlo praticamente sempre in braccio e altre cose da molti ritenute sbagliate.
Anche quando i bambini sono diventati più grandi, non sono mai stata una grande lettrice di saggi di pedagogia. Ho la fortuna però di fare un lavoro splendido che mi ha fatto conoscere molti bei libri per ragazzi, di quelli che non hanno intenti educativi, che non sono scritti per offrire esempi virtuosi, ma “strumenti di esplorazione al contempo fantastica, fisica e interiore”. Da quei libri ho imparato a stare il più possibile dalla parte dei bambini e spesso, quando in biblioteca qualche giovane mamma mi chiede un saggio sull’educazione dei figli mi viene voglia di suggerire una bella storia per ragazzi. Mi viene voglia di suggerire di guardare il mondo con gli occhi del protagonista di La schiappa di Jerry Spinelli (un titolo a caso, è il primo che mi è venuto in mente e NON è quello del Diario di una schiappa!) o di tenere sul comodino Si può di Giusi Quarenghi illustrato da Alessandro Sanna. Almeno era così prima che conoscessi i libri di Lorenzo Braina. Ora dovrei forse parlarvene un po’ dei suoi libri, ma non lo farò. Preferisco incuriosirvi e sperare che andiate a cercarli o guardiate in rete qualche video delle sue conferenze. Io qui vi passo solo un dono tratto dal libro I bambini lo sanno (Edizioni Il Camarillo Brillo, 2014) col quale Lorenzo ha chiuso il meraviglioso reading di ieri.

Dove vivo io c’è un luogo con due mari
Una striscia di terra antica
con storie antiche di uomini e di donne li separa.
A turno uno dei due mari è calmo.
Alle volte sono calmi entrambi, mai entrambi agitati.
Dove vivo io c’è un mare sempre calmo che ti accoglie.

Vorrei che ogni genitore portasse qui il proprio bambino. 
Vorrei che ogni bambino vedesse quel luogo
e sentisse la pace di un mare sempre calmo.
Vorrei che ogni bambino sentisse che ogni tempesta
ha un luogo riparato in cui sostare.
Vorrei che ci fosse un mare calmo per ogni bambino.

Grazie Lorenzo, grazie perché mi hai ricordato che per stare davvero dalla parte dei bambini, di tutti i bambini e non solo i miei, ho ancora tanta strada da fare, e magari non ci riuscirò mai. Ma spero almeno di riuscire a camminare nella direzione giusta.

Facce

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faccia
Come i bambini che trasferiscono tutto quello che sanno su quello che non
conoscono a fondo. E’ così che per loro la luna diventa una faccia:
perché il volto umano è una delle prime forme che il bambino vede e
impara a riconoscere e lo proietta su ogni oggetto sconosciuto, per
dargli un nome e per poterlo raccontare e farlo suo. Ecco ci sono dei
giorni in cui davvero mi sembra di non capirci niente. In quei giorni
prenderei la matita e comincerei a disegnare facce dovunque: sulle
cose intorno a me, sugli articoli dei giornali, sui discorsi della gente e perfino sui loro stessi visi. Facce sulle facce. Tonde facce con grandi occhi e angoli della
bocca all’insù, per nominare, raccontare e cominciare a capire.

Pensieri in ordine sparso sulle ferie appena trascorse

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bracciali

Ringraziando Dio (o qualunque rappresentazione spirituale politicamente corretta della divinità universale in cui vi troviate a credere) il tempo durante la nostra settimana di campeggio è stato splendido e anche durante il resto delle ferie non è stato così male. E questo, vista la partenza di questa bizzarra estate è più di quanto sperassimo.

A 9 anni e mezzo l’adolescenza è ancora a distanza di sicurezza, ma la si incomincia ad intravedere in lontananza col suo carico di complicazioni. Le sere in campeggio, questa verità si manifesta in tutta la sua evidenza, specie se insieme a tuo figlio di nove anni e mezzo ti porti dietro anche una nipotina di 10.

Un contenitore pieno di elastici colorati da intrecciare per farne bracciali è stato il nostro immancabile compagno per tutte le vacanze. Di questo passo i miei hobbit l’anno prossimo in spiaggia pretenderanno di sferruzzare.

Fratellominore è stato contagiato dalla mania delle bancarelle e provava a rifilare i suddetti bracciali a tutti i campeggiatori. Considerato che io e mio marito non riusciremmo a vendere nemmeno una bottiglia d’acqua nel deserto, se l’abilità nel commercio ha qualcosa a che fare con la genetica, non credo che dovrà preoccuparsi di aumentare la produzione sul breve periodo.

Anche se non ricordavo i nomi delle bambine che i miei figli hanno conosciuto in vacanza, provavo con Ginevra e una volta su tre ci azzeccavo. Tra i maschi Lancillotto non pervenuto.

Amo sempre molto i ritmi lenti della vita in campeggio, il suono delle vite degli altri che sento la notte prima di addormentarmi, il fatto che mettersi in tiro la sera può voler dire mettere un paio di orecchini, ma continuare a tenere le infradito di gomma.

Amo ancora di più trascorrere le vacanze con la mia famiglia.

Dati (in)sensibili

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Postepay
Lo so, potrebbe anche essere che io sia il parafulmini di Poste Italiane, che capitino tutte a me e agli altri vada sempre tutto liscio. Non è che ci creda molto, ma potrebbe essere. Di certo c’è che per me anche le operazioni più banali finiscono per diventare complicatissime. La sostituzione della postepay scaduta, per esempio, manco avessi chiesto di trasformarla in un’American Express Platinum. Sapevo che si poteva chiedere a partire dai due mesi prima della scadenza e l’ho richiesta appena è stato possibile. Naturalmente non è mai arrivata. Al numero verde mi dicono che ormai non ho speranze e devo acquistarne un’altra, per cui rinuncio a qualche ora della mia settimana di vacanza per fare due lunghe file in due diversi uffici postali, che naturalmente avevano finito le carte. Quasi decisa a lasciar perdere, alla fine scelgo di dar loro un’altra possibilità e provo in un terzo. Ce l’avevano eh, ce l’avevano, ma non è che me l’abbiano proprio lanciata addosso. Allo sportello c’era un ragazzo giovanissimo che credo avrebbe reagito meglio se gli avessi intimato di alzare le mani e darmi i soldi della cassa. Mi ha chiesto i documenti e ha cominciato ad armeggiare tra scartoffie e computer borbottando un discorso tutto suo nel quale ogni tanto emergeva la parola “complicatissimo” in tutte le varie declinazioni. Io aspetto paziente e comprensiva verso la sua palese inesperienza fino a quando mi chiede “Perché le serve la postepay?”. Giuro, proprio così. Mi aggrappo agli ultimi brandelli di pazienza pensando “suvvia, ragazzo, so bene che è il programma ti sta chiedendo di farmi quella domanda idiota, ma so anche che avrai lì delle opzioni da scegliere. Se me le dici scegliamo la meno peggio e tu mi dai finalmente questa benedetta carta”. Ma lui non aveva intenzione di elencarmi nessuna opzione, mi guardava serissimo e insisteva che se non gli avessi detto per cosa avevo intenzione di utilizzare la carta, non poteva andare avanti. Il mio senso del ridicolo a quel punto è arrivato a riempire gli spazi lasciati liberi dalla pazienza e la voglia di mettermi a ridere cominciava a diventare irrefrenabile. Sta a vedere che quando ho acconsentito al trattamento dei dati avrei dovuto leggere meglio, ché magari l’ho autorizzato anche a ficcare il naso nella mia vita privata… “Che ne dice dello shopping? Può andare? Se vuole posso anche dirle cosa ho intenzione di comprare… dei sex toys, per esempio, ha qualche consiglio?”. No, non è vero, ovviamente quest’ultima cosa non l’ho detta, ma mi sarebbe davvero piaciuto avere il coraggio di farlo: magari vedere la sua faccia mi avrebbe ripagato in parte per il tempo perso.

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