Facce

Tag

, ,

faccia
Come i bambini che trasferiscono tutto quello che sanno su quello che non
conoscono a fondo. E’ così che per loro la luna diventa una faccia:
perché il volto umano è una delle prime forme che il bambino vede e
impara a riconoscere e lo proietta su ogni oggetto sconosciuto, per
dargli un nome e per poterlo raccontare e farlo suo. Ecco ci sono dei
giorni in cui davvero mi sembra di non capirci niente. In quei giorni
prenderei la matita e comincerei a disegnare facce dovunque: sulle
cose intorno a me, sugli articoli dei giornali, sui discorsi della gente e perfino sui loro stessi visi. Facce sulle facce. Tonde facce con grandi occhi e angoli della
bocca all’insù, per nominare, raccontare e cominciare a capire.

Pensieri in ordine sparso sulle ferie appena trascorse

Tag

, , , , , ,

bracciali

Ringraziando Dio (o qualunque rappresentazione spirituale politicamente corretta della divinità universale in cui vi troviate a credere) il tempo durante la nostra settimana di campeggio è stato splendido e anche durante il resto delle ferie non è stato così male. E questo, vista la partenza di questa bizzarra estate è più di quanto sperassimo.

A 9 anni e mezzo l’adolescenza è ancora a distanza di sicurezza, ma la si incomincia ad intravedere in lontananza col suo carico di complicazioni. Le sere in campeggio, questa verità si manifesta in tutta la sua evidenza, specie se insieme a tuo figlio di nove anni e mezzo ti porti dietro anche una nipotina di 10.

Un contenitore pieno di elastici colorati da intrecciare per farne bracciali è stato il nostro immancabile compagno per tutte le vacanze. Di questo passo i miei hobbit l’anno prossimo in spiaggia pretenderanno di sferruzzare.

Fratellominore è stato contagiato dalla mania delle bancarelle e provava a rifilare i suddetti bracciali a tutti i campeggiatori. Considerato che io e mio marito non riusciremmo a vendere nemmeno una bottiglia d’acqua nel deserto, se l’abilità nel commercio ha qualcosa a che fare con la genetica, non credo che dovrà preoccuparsi di aumentare la produzione sul breve periodo.

Anche se non ricordavo i nomi delle bambine che i miei figli hanno conosciuto in vacanza, provavo con Ginevra e una volta su tre ci azzeccavo. Tra i maschi Lancillotto non pervenuto.

Amo sempre molto i ritmi lenti della vita in campeggio, il suono delle vite degli altri che sento la notte prima di addormentarmi, il fatto che mettersi in tiro la sera può voler dire mettere un paio di orecchini, ma continuare a tenere le infradito di gomma.

Amo ancora di più trascorrere le vacanze con la mia famiglia.

Dati (in)sensibili

Tag

, , , , ,

Postepay
Lo so, potrebbe anche essere che io sia il parafulmini di Poste Italiane, che capitino tutte a me e agli altri vada sempre tutto liscio. Non è che ci creda molto, ma potrebbe essere. Di certo c’è che per me anche le operazioni più banali finiscono per diventare complicatissime. La sostituzione della postepay scaduta, per esempio, manco avessi chiesto di trasformarla in un’American Express Platinum. Sapevo che si poteva chiedere a partire dai due mesi prima della scadenza e l’ho richiesta appena è stato possibile. Naturalmente non è mai arrivata. Al numero verde mi dicono che ormai non ho speranze e devo acquistarne un’altra, per cui rinuncio a qualche ora della mia settimana di vacanza per fare due lunghe file in due diversi uffici postali, che naturalmente avevano finito le carte. Quasi decisa a lasciar perdere, alla fine scelgo di dar loro un’altra possibilità e provo in un terzo. Ce l’avevano eh, ce l’avevano, ma non è che me l’abbiano proprio lanciata addosso. Allo sportello c’era un ragazzo giovanissimo che credo avrebbe reagito meglio se gli avessi intimato di alzare le mani e darmi i soldi della cassa. Mi ha chiesto i documenti e ha cominciato ad armeggiare tra scartoffie e computer borbottando un discorso tutto suo nel quale ogni tanto emergeva la parola “complicatissimo” in tutte le varie declinazioni. Io aspetto paziente e comprensiva verso la sua palese inesperienza fino a quando mi chiede “Perché le serve la postepay?”. Giuro, proprio così. Mi aggrappo agli ultimi brandelli di pazienza pensando “suvvia, ragazzo, so bene che è il programma ti sta chiedendo di farmi quella domanda idiota, ma so anche che avrai lì delle opzioni da scegliere. Se me le dici scegliamo la meno peggio e tu mi dai finalmente questa benedetta carta”. Ma lui non aveva intenzione di elencarmi nessuna opzione, mi guardava serissimo e insisteva che se non gli avessi detto per cosa avevo intenzione di utilizzare la carta, non poteva andare avanti. Il mio senso del ridicolo a quel punto è arrivato a riempire gli spazi lasciati liberi dalla pazienza e la voglia di mettermi a ridere cominciava a diventare irrefrenabile. Sta a vedere che quando ho acconsentito al trattamento dei dati avrei dovuto leggere meglio, ché magari l’ho autorizzato anche a ficcare il naso nella mia vita privata… “Che ne dice dello shopping? Può andare? Se vuole posso anche dirle cosa ho intenzione di comprare… dei sex toys, per esempio, ha qualche consiglio?”. No, non è vero, ovviamente quest’ultima cosa non l’ho detta, ma mi sarebbe davvero piaciuto avere il coraggio di farlo: magari vedere la sua faccia mi avrebbe ripagato in parte per il tempo perso.

Non mi lamento, anzi un po’

Tag

, , , , ,

Lo so, non mi dovrei lamentare. Non molto almeno. Sono al quinto giorno di ferie e finora ho goduto di 4 bellissimi giorni di mare. So che altrove sta andando molto peggio e d’altra parte una giornata di brutto tempo mi consente di fare un sacco di cose che altrimenti in vacanza abbandonerei, tipo scrivere sul blog. Non mi dovrei proprio lamentare, dunque, ma invece mi lamento. Mi lamento perché ho bisogno di un’estate generosa, di quelle che da noi una volta andavano da maggio a settembre e anche oltre. Ho bisogno del calore vero, di un clima che mi costringa a cercare refrigerio e non riparo, un clima definito e non traditore, ché tanto la giacchina in borsa l’ho sempre avuta e continuerò a portarla, ma voglio tirarla fuori solo per proteggermi dall’aria condizionata quando entro nei locali. Mi lamento anche se so che non serve a niente, anche se sono consapevole del fatto che sarò io a dovermi adattare a questo tempo bizzarro e capriccioso, che l’estate è sempre l’estate ed è meglio cercare di godersela comunque. Tanto il clima non paga il conto dei frutti maturati male e nemmeno quello del nostro malumore e della nostra insoddisfazione.

Sei

Tag

, , , , ,

scarpa
Sei. Mondo assai bizzarro questo in cui anche i piccolini compiono sei anni e si preparano ad andare a scuola. E poco importa che il piccolino in questione legga e faccia di conto da quando aveva 4 anni e ti metta spalle al muro con discorsi che sconfinano pericolosamente in concetti come il libero arbitrio.
Lui è il piccolino, punto.
Anche se, forse perché nato col sole, tra i due è sempre sembrato il più forte e per questo non ha mai goduto di troppi privilegi.
Lui è il piccolino anche se non sopporta di non sapersi ancora legare bene le scarpe e ci prova, ci prova, ci prova…
E’ il piccolino anche se ti dice guardandoti negli occhi “spiegamelo bene e piano piano, ma lo devo fare io”, e ti costringe a reimparare la lentezza.
Lui è il piccolino anche se non dice che Aguero ha segnato, ma ha “scavalcato il portiere in uscita”.
Anche se prima consola il padre sconvolto per i capelli appena rasati, e poi lo chiama con naturalezza “il pelato”.
E’ il piccolino anche se ha deciso di aggiungere una consonante ai nomi di chi sbaglia il suo chiamandolo Giaimer o Giaimen.
Lui è il piccolino anche se tiene in mano il ventaglio delle carte e conta i punti come un biscazziere incallito.
E’ il piccolino anche se di giorno non gli piace molto sentirselo dire e me lo concede solo ogni tanto, un po’ a malincuore. Di giorno.
Per fortuna ci pensa la notte a dilatare i tempi.
Buon compleanno, piccolino.

Cha cha cha degli affetti

Tag

, , ,

cha-cha-steps
Tranquilli, se avete appena letto sul corriere l’articolo in cui si dice che quei gran simpaticoni dei neuroni specchio in realtà sono piuttosto sopravvalutati, non demoralizzatevi perché sto per comunicarvi una mia importantissima scoperta nel campo delle neuroscienze degli affetti. In realtà devo ammettere che non ci sono arrivata proprio da sola, ma in fondo sono sempre stata convinta che le migliori scoperte si fanno in team. E la mia l’ho fatta insieme a Mafalda (si, proprio quella Mafalda) e a zio Bruce (si, proprio quel Zio Bruce): ok, è vero, mi piace vincere facile. “Ottimista è una persona che se fa un passo avanti e due indietro non pensa sia un disastro ma un cha cha cha” mi comunicava la faccia di Mafalda da una vignetta su fb, proprio mentre con One step up di zio Bruce in testa riflettevo su certi affetti, su come fosse difficile arrivare a un punto fermo. Un momento si è vicinissimi, poi si comincia a perdere terreno, ma proprio quando cominci a convincerti che forse il tuo punto fermo esiste, basta cercarlo lì, a due passi di distanza, ecco che con un passo avanti lo perdi di nuovo. E di colpo è lì la mia rivoluzionaria scoperta: un passo avanti e due indietro, non è perdere terreno, è ballare il cha cha cha. E ora già vi vedo, pronti a smontare la mia teoria obiettando che nel ballo si è in due, che se ti allontani troppo forse è perché l’altro in realtà non sta ballando. Si, ma non è che si può screditare una scoperta scientifica solo per colpa di un ballerino imbranato. Se invece vi sembra che la teoria funzioni anche se il vostro ballerino è bravissimo, magari il ballerino imbranato siete voi.

La pace passa dai pazzi

Tag

, , , , ,

Gazaman: Sei davvero tu, Tal? Sei davvero connessa?
Babouk: Si, sono io.
Gazaman: Come va?
Bakbouk: Non lo so. E tu?
Gazaman: Nemmeno io lo so…
Bakbouk: I miei genitori hanno avuto la stessa idea. Mi hanno portato da uno psicologo. Erano dieci giorni che non uscivo di casa, mi hanno detto che non si poteva più andare avanti così.
Gazaman: Che faccia ha il tuo psicologo?
Bakbouk: Assomiglia a John Lennon, il tizio dei Beatles.
Gazaman: Si, li conosco. Ai miei genitori piacciono molto. E a parte questo? Com’é?
Bakbouk: A parte questo, non sono stata capace di dirgli una parola per più di dieci minuti. Dicevo: “ehm…ehm…allora…”. E non riuscivo nemmeno a guardarlo negli occhi.
Gazaman: E?
Bakbouk: Mi ha detto “Dimmi quello che ti passa per la testa”.
Gazaman: Ecosa gli hai detto?
Bakbouk: L’ho guardato con aria diffidente. Gli ho risposto: “Nella mia testa c’è uno strano miscuglio. C’é il miele insieme all’aceto, i violini e una batteria, rap e canti gregoriani. Se le do la lista completa, anche con le istruzioni per l’uso in ebraico, lei mi rinchiude”.
Gazaman: L’hai pensato davvero?
Backbouk: Un sacco di volte.
Gazaman: Vedi… Ma forse siamo noi i normali. Noi che pensiamo di essere pazzi.
Bakbouk: Si. Dovremmo creare un manicomio israelo-palestinese, tu e io. Sarebbe un bellissimo segno di riconciliazione, come dicono gli occidentali. Lo potremmo chiamare l’Istituto “Majnoun e Meshouga” (“pazzo” rispettivamente in arabo e Yddish, nota a piè di pagina nel libro). Incideremo la nostra massima sul frontone “La pace passa dai pazzi”.
Bakbouk
: Fantastico. Ma adesso devo lasciarti. E’ arrivato Ouri. Cerchiamo di riparlarci stasera?
Gazama
n: Non so se ce la farò.
Bakbouk: Perché?
Gazaman
: Perché non si sa mai quello che può succedere. E anche se non si è credenti, meglio dire Inch Allah.
Bakbouk:
Ci parliamo stasera, Inch Allah. D’accordo?
Gazaman:
E’ strano detto così. Detto da te. Ma d’accordo.

Pageshot da “una bottiglia nel mare di Gaza” di Valerie Zenatti (Giunti 2009). Ho letto il libro tempo fa, ma in giorni come questi non riesco a levarmelo dalla testa.
Dev’esserci sicuramente un posto anche per me in quel manicomio.

Le cose difficili

Tag

, , , , ,

emoticons
“Amore, come si fa l’occhiolino?” Strizzo l’occhio e lo guardo con un sorriso di amorevole dileggio (se l’aggettivo non vi convince provate a sostituirlo con “esasperato”), ma lui ha la testa china sul cellulare. Non mi resta che aprire l’occhio e rispondere “punto e virgola, trattino, parentesi tonda chiusa”. E non posso nemmeno sottolineare che è la milionesima volta che glielo dico, che ha imparato cose molto più difficili nella sua vita, a leggere il tracciato di un elettrocardiogramma e a fare il riso alla cantonese col Bimby, per esempio (credetemi, la difficoltà per lui è più o meno la stessa). Non posso perché so che potrebbe rinfacciarmi la mia totale inettitudine col telecomando del televisore. E avrebbe pure ragione, ma io il telecomando lo uso una volta all’anno, lui a usare le emoticons ci prova più spesso. O almeno a decifrarle. L’altro giorno, per esempio, mi ha (ri)chiesto, così a bruciapelo cosa significasse DDD. All’inizio ho pensato si stesse cimentando in una parodia di Renzi alle prese con l’articolo inglese sparato a raffica, ma poi mi ha mostrato il cellulare e ho dovuto spiegargli che chi inviava quel messaggio era molto divertit*, probabilmente da quello che aveva scritto lui. Ovviamente ne ho approfittato per dare uno sguardo anche al suo messaggio. Tutto sommato non è così male che abbia ancora bisogno di me per fare le cose difficili.

Big mistake. Huge

Tag

, , , , , , ,

shopping
Avete presente quelle commesse che fanno venire voglia di tornare a trovarle il giorno dopo accompagnate da Richard Gere e con una ventina di buste griffate al seguito? Ecco, io devo essere decisamente passata oltre, perché l’unica voglia che mi è venuta ieri è quella di assestare alla commessa una scarica di calci negli stinchi. Si, è vero, il vestito che stavo provando era un po’ troppo attillato in certi punti, ma senza dare l’impressione che per tenerlo addosso dovessi rinunciare a respirare e in compenso mascherava egregiamente i centimetri in eccesso nel punto vita. Ecco perché nell’insieme non mi dispiaceva e lo ammiravo nello specchio con un po’ di rammarico cercando il coraggio di concedergli una possibilità. Stavo per chiedere un parere alla commessa quando lei, con un tono che sarebbe stato giustificabile se le avessi schizzato di fango l’abito del matrimonio mentre andava in chiesa, mi anticipa con un “vuole che le porti la sua taglia?”
Ha detto proprio così, giuro, totalizzando con solo 7 parole il punteggio massimo raggiungibile pronunciando una frase sbagliata. La prima cosa che mi è venuta in mente è stata quella di tenerle una lezione improvvisata di comunicazione e marketing, elencandole una decina di modi alternativi per dire in maniera più efficace (anche più gentile, certo, ma la gentilezza per lei sarebbe potuto essere un concetto troppo astratto) quello che aveva detto. La seconda è stata “brutta stronza” (solo la seconda, giuro). Con la terza stavo scivolando molto in basso arrivando ad analizzare il complesso del manico di scopa dal quale doveva sicuramente essere affetta (di sicuro a lei i vestiti non tiravano), ma mi sono fermata in tempo. Ho accennato mezzo sorriso che si è fermato alle labbra e ho risposto “proviamo”. In realtà “la sua taglia” si è rivelata, come sospettavo, una specie di tenda nella quale avrei potuto tranquillamente trascorrere le vacanze estive insieme ad almeno uno dei miei figli. Quando sono uscita dal camerino di prova la tizia era al telefono, il che mi ha offerto un’ottima giustificazione per non averle detto le cose che comunque non le avrei detto e per non averle dato i calci negli stinchi che desideravo darle. Ovviamente quando sono uscita ho tracciato mentalmente un’enorme x sul negozio e mi sono presa la soddisfazione di pensare che di quel passo la signorina non avrebbe fatto molta strada. Prima o poi certi errori si pagano. Big mistake. Huge. Pretty Woman la lala lala…

 

A ritrovar le storie

Tag

, , , , , , , ,

murgia

Conta che ti conto
la vita si racconta
tiritiritera
questa è una storia quasi vera

Mi piacerebbe davvero riuscire a raccontarla la magia di questo libro. Vorrei che il saltimbanco della storia facesse apparire davanti a me la scritta “incanto” e io all’improvviso trovassi le parole per descrivere i brividi di incantato stupore che mi attraversano quando ce l’ho tra le mani. E poi la parola “emozione” per farmi raccontare di quel leggero nodo in gola e quella voglia di abbracciarlo forte il libro e di respirarne anche il profumo. Che non è il profumo della carta o dell’inchiostro, ma quello degli incontri speciali. E poi ancora la parola “dono”, così magari riuscirei a spiegarvi che le parole di Annamaria Gozzi e Monica Morini e le illustrazioni di Daniela Iride Murgia sono davvero un regalo prezioso. Prezioso come le storie che dopo un lungo silenzio ricominciano ad allungarsi, a respirare, a riprendere colore.

Conta che ti conto
la vita si racconta
tiritiritera
questa è una storia vera.

 

 

 

 

Iscriviti

Ricevi al tuo indirizzo email tutti i nuovi post del sito.

Unisciti agli altri 199 follower