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BIsogni SUSsurranti


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10 anni dopo

tirrenia

La mia ultima volta con la Tirrenia, esattamente 10 anni fa, è stata tragica. Partecipavo con un’amica all’assemblea generale di Amnesty a Firenze e anche se ancora non lo sapevo, durante quel viaggio dentro di me c’era già fratellomaggiore, che nove mesi dopo col suo arrivo ha scompigliato la mia vita e posto un freno alle mie abitudini di attivista senza orari. Ma questa è un’altra storia.
La mia amica avrebbe dovuto fermarsi nella penisola qualche giorno in più, io invece sarei dovuta rientrare subito e anche se l’idea del viaggio in nave da sola non mi faceva impazzire, ero abbastanza tranquilla perché avrei avuto la cabina tutta per me… almeno così credevo. Ma appena arrivata a Civitavecchia, scoprii che quei geni della biglietteria di Cagliari mi avevano fatto due biglietti di andata. A distanza di tre giorni, due biglietti di andata entrambi a mio nome. Del tipo che per usarli  avrei dovuto prendere la nave, arrivare a Civitavecchia, tornare a Cagliari (casomai avessi dimenticato lo spazzolino da denti) in aereo e partire nuovamente. Si, è un giochino che facciamo ogni tanto noi sardi quando ci annoiamo, giusto per non sentirci troppo isolati e per avere il piacere di viaggiare con quei gentiluomini della Tirrenia.  Naturalmente però era colpa mia che non avevo letto bene il biglietto. E una delle persone più ottuse e poco gentili che abbia incontrato nella mia vita mi disse che avrei dovuto arrangiarmi: l’unica cosa che poteva fare per me era farmi un altro biglietto, che avrei dovuto naturalmente pagare. Però erano disponibili solo posti ponte. Ecco, quella è stata una di quelle volte in cui ho rimpianto di non essere il genere di persona che digrigna terribilmente i denti, rotea tremendamente gli occhi e mostra gli artigli orrendi. Ho acquistato il nuovo biglietto e mi sono preparata al lungo viaggio in ponte. Per fortuna ho incontrato un gruppo di ragazzi, tra i quali qualcuno che conoscevo, che rientravano dal concerto del primo maggio e mi hanno proposto di unirmi a loro. Uno di loro mi ha anche offerto la sua poltrona, casomai mi fosse saltato in mente di giudicare il genere umano sul paradigma Tirrenia.

Ecco, domani noi dovremmo riprendere una di quelle navi. L’accuratezza nel fare i biglietti sembra migliorata (e io l’ho pure detto che a una sarda come me, se proprio glielo devi sbagliare il biglietto, devi farle due, dieci, cento, millemila rientri), per il resto non mi aspetto molto, ma vi farò sapere.


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Io non ho paura. Magari un pochino…

Quando mi capita di parlare delle mie ansie riguardo ai figli, dico sempre che forse dipende dal fatto che li ho avuti in età matura (35 e 38 anni), mentre se li avessi avuti quando ero più giovane e spensierata forse sarei stata una madre diversa.  Ma poi mi chiedo se non sia solo un fatto caratteriale, perché in fondo io spensierata credo di non esserlo mai stata. Forse un po’ da bambina, ma sicuramente non da adolescente o da giovane adulta. Magari l’età “giusta” avrebbe potuto essere intorno ai 28 anni. Ecco però cosa scrivevo a quell’età in un articolo dedicato ad Aung San Suu Kyi, che mi è capitato nuovamente tra le mani da poco: “La prima volta che ho visto la sua faccia era stampata sulla maglietta indossata da un amico del gruppo di Amnesty. Era un volto bellissimo, un sorriso dolcissimo accompagnato dalle parole “Fear is an habit. I’m not afraid“. Dal momento che vivo in uno stato di paura costante rimasi molto colpita dalle sue parole, che non venivano smentite dal suo volto”. Nell’articolo poi seguiva un elenco, di certo non esaustivo, ma limitato a quello che poteva essere raccontato lì, delle cose che mi terrorizzavano. Ancora non avevo sperimentato la paura per i figli, ma scrivevo di vivere in uno stato di “paura costante”. Ed era vero. E devo essere stata anche brava a comunicarla quella sensazione, nonostante non si trattasse che di un breve inciso in un articolo abbastanza lungo, perché qualche tempo dopo arrivò all’indirizzo della sede di Amnesty una lettera indirizzata a me. Era di una donna che per età avrebbe potuto essere mia madre, che mi raccontava di essersi riconosciuta nelle mie parole e di aver sentito il bisogno di scrivermi. Non so a quale età fosse diventata madre, ma forse anche per lei, 28 o 38 anni avrebbe fatto poca differenza, come per me. Perché quando “terrorizzata” te lo devono scrivere nella carta d’identità, l’età conta poco. A dirla tutta anzi, forse per me se un po’ di differenza c’è, è stato perfino meglio averli più tardi i figli. Perché di mostri ce n’erano allora e ce ne sono sempre di più, ma nel frattempo ho incontrato delle persone meravigliose che mi hanno insegnato e aiutato a combatterli.


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Dal vivo

Le parole scritte, mi hanno sempre emozionato. Non solo quelle dei libri, anche quelle dei pensierini dei bambini, delle lettere o di un breve messaggio. Sono veramente convinta che scrivere possa essere “come baciare, solo senza labbra”. Il fatto è che spesso, appagata da queste emozioni, finisco con l’adagiarmi sui bytes. Anche perché scrivere e leggere per me sono quasi funzioni vitali che cerco di svolgere incastrando cunei di tempo nel muro delle incombenze quotidiane. Non ci sono quegli scoraggianti aspetti organizzativi che devo affrontare quando penso di uscire. Ieri però sono uscita. Sono andata con un’amica a sentire il concerto di una band che piace molto ad entrambe. Io e lei da sole (in prima fila!) senza mariti e figli e senza nemmeno una pallidissima ombra di quel senso di colpa che ha spesso caratterizzato le mie rare uscite da sola. E il bello è che uno di quegli aspetti organizzativi che potevano scoraggiarci si è rivelato un piacevole alleato! Già perché io e S. non siamo decisamente dei draghi del parcheggio e andare a un concerto in una zona senza ampi spazi in cui parcheggiare ci spaventava un po’. La soluzione? andiamo con “un po” di anticipo… tipo che il concerto sarebbe dovuto iniziare alle nove e noi eravamo lì dalle sette. E abbiamo così recuperato un po’ del tempo perso. E mi sono ricordata che è bello scriversi, ma ogni tanto serve anche un abbraccio vero. Che la mia amica ha un bel sorriso nella foto del profilo fb, ma il suono della sua risata è un’altra cosa. Che la calorosa stretta di mano di uno sconosciuto è meglio di un like. Che L’armeria dei Briganti è bellissimo ascoltarli in macchina e vederli su youtube, ma dal vivo sono proprio inarrivabili.


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Un vestito da cocktail

cocktail

Mi sono ripromessa di farlo un giorno o l’altro, di entrare in una boutique molto chic e chiedere un vestito da cocktail. Non che io abbia veramente bisogno di un vestito da cocktail o pensi di averne bisogno in futuro, intendiamoci, ma sono troppo curiosa di vederne uno dal vivo. Peraltro non sono nemmeno convinta che per un cocktail ci sia bisogno di indossare un vestito particolare, almeno non così tanto particolare da giustificare quella preposizione “da” ad esprimere idoneità o adeguatezza in senso esclusivo. Non è come per la macchina da cucire che se non ce l’hai non puoi usare un’altra macchina al suo posto, o la schiuma da barba, o lo spazzolino da denti, per dire. E non è nemmeno come per l’abito da sera:  piuttosto che provare ad improvvisare un abito da sera con le cose presenti nel mio armadio, farei prima a cercare di cucirne uno nuovo usando la macchina da scrivere. Ma sono moderatamente convinta che invece potrei andare a prendere un cocktail vestita in modo non troppo inadeguato, anche se non possiedo un vestito da cocktail. Magari l’inadeguatezza la rivelerei nel pronunciarne il nome di certi cocktail, ma questa è un’altra storia.


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La prassi

Due maglie in pile e delle giacche in felpa più il giubbotto dovrebbero bastare. Maglioni in lana non ne ho. I miei figli odiano i maglioni in lana. Invece quando la dottoressa mi chiede cosa ho portato scuote la testa e mi guarda con rimprovero. Avrei dovuto portare  più maglie pesanti e anche il giubbotto e troppo leggero. Io continuo ad essere convinta che possano bastare e a pensare che mio figlio non sopporterebbe comunque più cose addosso, ma lei sembra leggermi sul viso e precisa che il test sarà valido solo se fratellomaggiore gronderà sudore, se sarà bagnato fradicio. Siamo nel reparto di allergologia pediatrica per fare il test del sudore per la fibrosi cistica: la prassi, pare, per un bambino asmatico e sottopeso. E sono settimane che provo a spiegarglielo al mio cervello e alla mia pancia che è la prassi. Gli altri bambini sono tutti piccolissimi, per cui giocano nella saletta imbottiti come per una gita sulla neve, ma fratellomaggiore è grande. Lui deve muoversi di più, deve correre. Un’infermiera gentile ci accompagna in un ambiente aperto su un lato, dice che se corre veramente veloce può farlo lì, altrimenti l’alternativa sono le scale. Scegliamo le scale. All’inizio salgo e scendo veloce con lui, ma io ovviamente mi stanco presto, per cui gli vado dietro più lentamente incitandolo, incoraggiandolo. Dopo un po’ si stanca e comincia a mostrare grande insofferenza per tutti quegli strati che ha addosso e che lo fanno sentire “grasso”. Provo ad inventarmi qualcosa, gli dico di cantare e di provare a fare le scale a tempo di rap, poi facciamo insieme un po’ di step, ma è ancora asciutto. La gente che passa ci sorride incuriosita. La dottoressa ci comunica che alle 12.00 dovrà comunque togliere la garza e se il sudore non sarà sufficiente si dovrà ripetere il test. Comincio a scoraggiarmi. Chiamo mio marito e gli dico di cercare di raggiungerci portando il giubbotto più pesante che trova in casa. Intanto fratellomaggiore fa qualche giro in bici con la wii nella saletta dove la temperatura è piuttosto elevata. Io ho caldo con una maglietta a maniche corte, per dire. Sul viso compare qualche goccia, ma il braccio è solo umido. Arriva il marito col giubbottone mai indossato perché troppo pesante e lo aggiungiamo sugli altri. Dalla vita in su è una specie di omino Michelin, ma le gambette lo tradiscono. Altra corsa sulle scale, su, giù, ancora su e ancora giù. Poi dice basta, non ce la fa proprio più. L’infermiera gentile ci dice che ha fatto il possibile, aspettiamo per vedere se è abbastanza. Fortunatamente lo è. Sospiro di sollievo. Dopo poche ore arriva anche il risultato e questa volta il sollievo è una sferzata di euforia che mi fa vacillare. Il marito se ne accorge e mi prende in giro: lui, uomo di medicina, è sempre stato convinto di una basilare evidenza scientifica: fratellomaggiore è magro perché non mangia. Il resto è la prassi.


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Ma non è il libro, sono io

selasi
Io vorrei proprio conoscerlo/a chi ha scelto il titolo del libro di Taye Selasi “La bellezza delle cose fragili“, edizioni Einaudi. Altre volte ho espresso la mia perplessità sulle scelte editoriali che spesso portano a tradurre i titoli in modo assolutamente fantasioso, quando non fuorviante, ma questa volta è diverso. Vorrei proprio conoscerli per chiedere come si arriva a tradurre un titolo come Ghana must go (espressione legata all’espulsione, trent’anni fa, di un milione di ganesi dalla Nigeria) in La bellezza delle cose fragili.  Certo il titolo originale poteva avere una connotazione geografica troppo forte che avrebbe potuto penalizzarlo (credo di aver letto qualcosa del genere da qualche parte). Ma un titolo così evocativo come quello scelto per l’edizione italiana rischia di creare troppe aspettative sbagliate. Almeno per me è stato così. Sempre per rimanere nell’ambito della traduzione o comunque dello stile ci sono altre cose che mi hanno disturbata, ma qui forse siamo nel campo delle mie idiosincrasie, non pretendo davvero di capire di queste cose. Credo, per esempio, che compaia almeno 7 volte l’espressione “succhiò l’aria tra i denti”, attribuita a diversi personaggi. Ma non si può ripetere così tante volte un’espressione così caratterizzante e soprattutto non si può attribuire quella particolarità a persone diverse (sembrano tutti preda di uno strano tic collettivo!). Ma mi fermo qui con lo stile, veniamo alla storia. Come ho accennato prima, ho trovato quel titolo molto evocativo, anche se non so nemmeno bene perché. Io, per dire, non penso che nelle ali di una farfalla ci sia più bellezza che nel tasso millenario di Tedderieddu (lo so, l’immagine è forse un po’ provinciale ma quella mi è venuta). Però quel titolo mi ha colpito. Ma non ho trovato niente di quello che mi aspettavo e la bellezza delle cose fragili deve essermi sfuggita tra le pagine. Intendiamoci ce n’è di bellezza come è possibile rintracciarne in tutte le storie, ma il mio bagaglio di percezioni e immagini riconducibili all’idea di bellezza credo sia sostanzialmente quello che era prima di leggere il libro. E’ un po’ difficile da spiegare, ma non riesco a dirlo diversamente. Ma la cosa peggiore, e quasi me ne vergogno, è che non sono riuscita a provare molta empatia per i personaggi. E io sono una che li inzuppa i libri, eh. Per cui mi sono trovata a leggere senza eccessiva partecipazione una storia di ingiustizie di dolori, di lacerazioni e di perdite. Ma non è il libro, sono io, davvero, è sicuramente un bellissimo libro.

Nota per chi non legge i commenti:
“In realtà il gesto di succhiare l’aria tra i denti, che poi produce uno schiocco decisamente connotante, è un intercalare frequentissimo nelle lingue dell’Africa Occidentale. Quindi quella che potrebbe sembrare una caratteristica alquanto bizzarra ricalca un modo di parlare, e insistere nel ripeterla serve a immergersi con più efficacia nell’ambiente evocato dal romanzo” Grazie alla precisazione di msguknow.

 


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Lentamente

lumaca
Forse è l’assimilazione dei tanti “fai piano” sentiti da piccolissimi, o un modo per proteggersi dai ritmi troppo frenetici degli adulti. Un vitale bisogno di lentezza più forte di tutto, anche della volontà di compiacere i genitori per riceverne qualcosa in cambio. O forse è solo l’essere intrinsecamente rompiscatole, sta di fatto che cercare di metter fretta ai miei figli, ma credo valga un po’ in generale per i bambini,  è un’operazione del tutto inutile quando non deleteria. Già, perché per quanto possa urlare ed incitare manterranno i loro ritmi, mentre della mia calma non resteranno nemmeno miseri brandelli. E se di tempo non ne guadagno di sicuro neanche un minuto, posso invece perderne una quantità notevole in improduttive discussioni su quanto dura e cosa vuol dire “un attimo” quando lo dicono loro, ché se proviamo a rispondere noi così a una loro richiesta, il significato lo conoscono eccome e potrebbero sottilizzare sul trascorrere del tempo con Sant’Agostino in persona.
A volte mi capita di pensare che era più facile quando dovevo fare tutto io, lavarli, vestirli, sistemarmene uno sul fianco e trascinare l’altro per mano e uscire. Non credo lo fosse effettivamente, più facile, ma neutralizzavo così i tempi dell’attesa. Forse però quei tempi andrebbero assaporati, più che neutralizzati. Tanto poi arriva il momento in cui dobbiamo per forza lasciar fare a loro ed aspettarli, anche se ci viene difficile. Mentre loro imparano a fare noi dobbiamo imparare ad aspettare. E a riscoprire magari con loro il piacere della lentezza, almeno tutte le volte in cui possiamo permettercela.

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