Marzo chiaroscuro

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A momenti proprio non lo sopporto marzo, perché sembra quasi che tiri fuori tutte le mie debolezze, che mi prenda per stanchezza e colpisca a tradimento. Poi però quando esco dal lavoro alle 7 ed è ancora luce o quando vedo quell’esplosione di giallo nei prati, quasi gliele perdono le bizze da bambino viziato. Quasi gli perdono tutto, anche il fatto di non essere mai riuscita a scoprire il nome, di quei fiori gialli che ricoprono i nostri prati a marzo.
Perché marzo è proprio così, anche quando sembra sia solo brutto freddo e piovoso, non lo è mai del tutto. E’ un po’ freddo e un po’ caldo, un po’ asciutto e un po’ bagnato, un po’ bello e un po’ brutto… un po’ chiaro e un po’ scuro. Proprio come lo descrivono Chiara Carminati e Bruno Tognolini nelle Rime Chiaroscure (Rizzoli 2012, illustrazioni di Pia Valentinis). Marzo è proprio così, chiaroscuro

Marzo
Non più inverno non ancora primavera
Sole pallido e poi nuvole alla sera
Sciocco marzo, non capisco a cosa servi
Sciocco mese che mi fai venire i nervi

Però marzo, a me piace quando canti
Inseguendo le canzoni dei tuoi venti
Mille venti gialli e verdi appena nati
Che mi invitano a rincorrerti nei prati

Casa

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Gli albi illustrati sono l’unica spesa “superflua” che non ho tagliato, in questo periodo di grandi uscite per la casa nuova. In realtà però potrebbero confluire anche questi nella voce di bilancio dedicata alla casa: i libri che scelgo ultimamente sono infatti quasi sempre su questo tema.

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Questo per esempio è quello che ho comprato oggi, ed è un’autentica delizia. La casa viene declinata dall’illustratrice in tanti meravigliosi modi, come luogo fisico reale o immaginario, in tavole che hanno il potere di evocare anche luoghi non fisici, ma del cuore o dell’anima o di quello che volete.

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Casa per qualcuno è la campagna, per qualcun altro un appartamento. Per me sono entrambi. L’appartamento in città cullato nei sogni ad occhi aperti dei lunghi anni trascorsi in case d’altri e il paese con la casa di famiglia e tutti i giardini segreti, i nascondigli e le tane della mia infanzia.

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Ed è proprio con le mie due case che si apre il libro, che si chiude invece con le domande “E casa tua com’è? e tu chi sei?”. Provo a rispondere alle due domande che però nella mia testa si mischiano un po’ diventando una sola, con una sola risposta: “io sono la mia casa”. Con la matita immaginaria traccio una linea rossa su “mia” e sostituisco con “nostra” e penso che in questo momento va bene così.

Relax

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Non è che io proprio non tolleri il dolore fisico. Ho affrontato coraggiosamente due lunghi travagli e un complicatissimo parto senza anestesia, per dire.  Vorrei farvi presente dunque che non sono proprio una lagnosa pappamolle, ma più che a voi vorrei farlo presente alle persone che erano al centro commerciale oggi e mi hanno sentito urlare quando quella maledetta poltrona massaggiante mi ha artigliato i polpacci con le sue sadiche ganasce d’acciaio. Secondo me era proprio guasta, c’era qualcosa che non andava e l’ho ripetuto più volte al marito che se la godeva nella poltrona di lato alla mia. Gliel’ho detto prima a denti stretti e poi proprio urlando di dolore che la mia era una poltrona da amputazione più che da massaggio, ma lui ovviamente non mi ha creduto. Il fatto è poi che non volevo nemmeno dargliela vinta (alla poltrona mostro, non al marito) e rinunciare così senza combattere ai miei amati arti inferiori. Per cui ho pure cercato di divincolarmi peggiorando la situazione. Si, lo ammetto, non dovevo essere un bello spettacolo, soprattutto agli occhi di chi al posto dell’orribile creatura trita arti continuava a vedere una normalissima poltrona da massaggio (magari con un’orribile creatura indemoniata che si agitava sopra). Ma tant’è, è andata anche questa e in fondo posso ancora camminare, il che è decisamente più di quanto sperassi solo mezz’ora fa. State certi però che se mai dovessi commettere un atto di vandalismo nella mia vita, sarà contro una di quelle poltrone.

Il sorriso dei maestri

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Il sorriso di approvazione di mia madre la prima volta che ho cucito da sola (e l’ho fatto benissimo!) una toppa sui pantaloni di mio figlio o quello del mio amico e maestro di origami la prima volta che ho piegato una rosa di Kawasaki. Ma anche quello degli amici supertecnologici tutte le volte in cui me la cavo da sola con i problemi del computer o dei miei figli quando capisco la logica di un gioco (non è mica così scontato, eh)! Io adoro quel tipo di sorrisi lì, quelli che strappi ai maestri che le cose ti hanno insegnato a farle. Sorrisi che stiamo così attenti a far avere ai bambini, ma pensiamo che da adulti non siano poi così importanti. Perché non è il generico plauso per una cosa fatta bene, no è un’altra cosa. E’ conquista vera l’approvazione dei maestri e non smette mai di esserlo. Che poi, a dirla tutta, io le toppe ai pantaloni dei miei figli quando serve le faccio mettere dalla sarta, ma questo non è importante e non è detto che mia madre lo debba sapere. Quello che conta è quel sorriso.

Questione di sfumature oppure no

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Ogni giorno lo becco il trailer di 50 sfumature di etcetera mentre vado al lavoro. Tutti i santi giorni sento la voce piatta e insulsa vibrante di passione di Christian invocare “Anastasia!” e ho il piacere di scoprire che lei nemmeno per un istante lo scambia per qualcun altro, no lo riconosce subito e risponde con un fremente “Christian!”.
E ripenso al libro che non è volato dalla finestra a pagina 20 solo perché avrei dovuto lanciare anche il Kobo. E non è questione di giudizi snob, intendiamoci, ché so bene di non potermeli permettere quelli, col pedigree da lettrice tutto macchiato di rosa che mi ritrovo. Ma vi posso assicurare che una buonissima percentuale delle autrici di Harmony e cose simili che ho letto usava le parole meglio di Mrs sfumature. Per tacere del resto.

Ma ho l’antidoto, che vi credete? Non serve nemmeno cambiare stazione. Mi basta escludere mentalemente quello che sento e pensare alla voce di Mr. Thornton (Richard Ermitage) che chiama “Margaret!” nella scena finale di North and South (vabbè, succede nel libro, nello sceneggiato è praticamente muta la scena, anche se quasi altrettanto bella). E già che ci sono penso anche al seguito, a quello che John Thornton dice a Margaret. “Take care. -If you do not speak- I shall claim you as my own in some presumptuous way. -Send me away at once, if I must go; -Margaret!-”. Ché non è che noi romanticone cresciute a pane e Jane Austen ci sazi così, impastando polpettoni di amore e cuore, per dire. Figuriamocii poi se pretendi di coprire l’insipidezza del resto rovescendoci dentro un intero barattolo di peperoncino scadente.

Insiemi

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insiemi

E’ sempre così con i compiti di matematica di fratellominore: i primi 10 minuti li passa a cercare di spiegarmi con pazienza la consegna, in modo che io possa capire cosa deve fare e controllare se fa bene. E non è che ne bastino sempre 10 di minuti, ché oltre il calcolo della percentuale di sconto durante i saldi, la matematica per me è un mondo incomprensibile e quella della prima elementare lo è ancora di più. Però a lui piace essere seguito e sospetto provi anche una sadica soddisfazione nel mettermi davanti ai miei limiti, per cui ogni volta mi sottopongo alle sue spiegazioni. Ieri per esempio doveva fare qualcosa tipo unione di insiemi. Mi mostra quello che ha fatto a scuola
-Vedi? 4 rose e 2 margherite formano un insieme di 6 fiori. Quindi io disegno magari 5 macchine e 3 moto e ho 8 mezzi di trasporto.
E’ facile questa volta ho capito subito. Mi allontano un attimo mentre porta a termine il suo compito e al mio rientro vedo che ha iniziato con un nuovo insieme. Guardo bene dentro il cerchio e vedo 8 cuoricini colorati di rosso.
-Cuoriiii???- Penso, stai a vedere che non ci ho capito niente. O forse si, lui in fondo è un biscazziere nato.
-Oh, cuori- Dico con un sorriso -Nell’altro, disegni fiori o picche e fai l’insieme dei segni delle carte?-
Mi liquida con un no secco e comincia a disegnare un cerchio vuoto
-Oh mio Dio, non fegati e polmoni!- faccio tra me e me -Sta vedere che ha sentito fratellomaggiore ripetere il corpo umano al babbo e ora vuole fare un insieme di organi interni!-
Intanto però il nuovo cerchio si riempie di segnetti simili a stelline. Penso che stia andando fuori tema e mi chiedo come trasformare quei cuori colorati di rosso in qualcosa di più raggruppabile. Si, cuoricini e stelline potrebbero formare un insieme di elementi decorativi. Ma magari detto in questi termini si capisce che c’è l’intervento della mamma.
Lui intanto va avanti tranquillo e a quel punto trovo il coraggio di chiederglielo
-Giaime, ma cuoricini e stelline che insieme possono formare?
Mi guarda con quel mezzo sorriso sarcastico che ha quando è costretto a spiegare l’ovvio a qualcuno che per definizione dovrebbe sapere tutto
-L’insieme delle cose d’amore, magari?
-Ah, certo! quando uno è innamorato vede le stelline! Non ci avevo pensato
-Appunto!-
Per un istante, ma anzi molto meno, credo di aver pensato di farlo correggere. Ma poi ho guardato il suo quaderno fiera e gongolante. Ad eventuali correzioni e chiarimenti ci avrebbe pensato la maestra. Per me l’insieme delle cose d’amore era uno dei più belli che si potessero immaginare.

Boa Constrictor

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-Io mi ricordo di te!-
Mi dice la compagna di scuola di fratellomaggiore appena arrivata alla sua pizzata di compleanno, puntandomi l’indice addosso.
-Ti prego, qualunque sia il motivo, fa che non metta in imbarazzo Nicco!- Imploro in silenzio.
Ma faccio appena in tempo a formulare il pensiero che lei comincia a raccontare. Prima di trasferirsi abitava vicino alla biblioteca nella quale lavoro e un giorno era venuta in visita con la scuola.
-Tu ci avevi letto delle poesie e una abbiamo provato a dirla tutti insieme trattenendo il fiato-
E a quel punto prendiamo un bel respiro e attacchiamo velocissime, quasi nello stesso istante, tra gli altri genitori che ci guardano incuriositi.
Sto per essere inghiottito
da un boa, boa, boa,
sto per essere inghiottito
da un boa constrictor.
E questo non mi piace,

vi assicuro neanche un po’

E il fatto che questa ragazzina a distanza di qualche anno si ricordi di me e del vecchio Shel (Silvertein), è una sensazione così bella da farmi guardare con occhi nuovi e più indulgenti perfino le feste di compleanno.

Una lezione

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cagliari sassuolo

Immagine presa in prestito dal gruppo fb Forza Cagliari (se vi dispiace la tolgo!)

Quando ci hanno comunicato che fratellomaggiore avrebbe potuto realizzare il sogno di accompagnare i calciatori nell’ingresso in campo durante una partita di serie A, per un attimo ci sono riuscita a pensare solo alla sua gioia. L’ho proprio sentita quella gioia, per un istante. Poi sono sopraggiunte le ansie dei ma e dei se. Ma dobbiamo lasciarlo solo negli spogliatoi con estranei, ma non conosce nemmeno gli altri bambini, ma di sicuro poi alla fine lui non regge a stare solo tra sconosciuti e noi non possiamo entrare a riprenderlo. I se ve li risparmio, anche se con quelli riesco proprio a dare il meglio di me. Sono proprio una virtuosa dei se catastrofici, io. Datemi una situazione di partenza tendenzialmente tranquilla e vedrete se non riesco ad ipotizzare almeno un paio di sciagure. Però la maggior parte delle volte almeno i se ci riesco a controllarli, con i ma invece non c’è storia: rompono gli argini e vengono fuori. E cosi ci ho provato a rovinargli tutto. A dirgli, “ma sei sicuro di voler andare anche se non conosci nessuno?” E ho fatto pure di peggio e peggio del peggio aggiungendo che secondo me non ci sarebbe riuscito. E appena l’ho detto mi sarei strappata la  lingua per darla in pasto ai pescecani (sempre che ne avessi trovato qualcuno nelle vicinanze), perché l’ho capito subito di aver fatto una fesseria. Prima ancora che lui scoppiasse a piangere e rispondesse tra le lacrime ai miei goffi tentativi di rassicurarlo che si, sarebbe andato “ok, ma si capisce che tu non vuoi’.
E io mi sono vista dal di fuori, come descritta in un bel libro per ragazzi, uno alla Jerry Spinelli per dire. Mi sono vista come la madre del protagonista, mamma carissima, per carità, ma di quelle che se soffiano sul fuoco dell’entusiasmo non è certo per ravvivare la fiamma. E non è che mi sia piaciuta tantissimo, a dirla tutta.
Ma il giorno della partita è arrivato senza che la sua sicurezza vacillasse per un solo istante e io nel frattempo sono riuscita a tenere buoni anche i ma, cercando anzi di condividere la sua gioia. Immaginandolo però sempre un po’ timido e spaurito tra tutta quella gente. Ieri però mio marito si è imbattuto in una foto dell’ingresso in campo dei giocatori e uno di loro tiene per mano il mio bambino. Lui si guarda intorno, con un sorriso radioso, emozionato ma assolutamente sicuro di se. “Mamma guardami, sono qui dove volevo essere. E’ un sogno e tu pensavi che me lo sarei fatto rovinare da delle stupide paure?” sembra dirmi. Io penso che in realtà questo, che i sogni si devono seguire, avrei dovuto e voluto insegnarlo io a lui, ma per ora imparo la lezione. Fischio dell’arbitro, uno a zero, palla al centro.

Le storie che scaldano

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Immagine tratta da Una zuppa di Sasso di Anais Vaugelade, Babalibri

“Mamma vieni a letto con me che ho freddo e mi riscaldi? Anzi mi leggi Una zuppa di sasso, che quando la leggi sento caldissimo?” Una zuppa di sasso è la sua storia preferita ultimamente… da un bel po’ di tempo per la precisione. La conosce a memoria questa storia, l’ha letta diverse volte anche da solo, ma non si stanca mai. E’ un bell’albo illustrato di Anais Vaugelade (Babalibri) dove si incontra una gallina che pur intimorita decide di aprire la porta a un vecchio lupo e dove si scopre che la zuppa di sasso è migliore se ognuno ci mette qualcosa di suo. Ci dev’essere qualcosa di particolarmente rassicurante o riposante negli animali che attraversano le pagine in numero sempre maggiore secondo la tecnica dell’accumulo, perché tutte le volte alla fine della storia si addormenta sereno.
Ho ripensato alla sua frase ieri perché la notte precedente, molto stanca e col naso completamente chiuso dal raffreddore gli ho proposto di leggere una storia sull’iPad e ho azionato la modalità “leggi e ascolta”. Ho scelto  Amico Ragnolo (una picturebook app molto ben realizzata tratta da un delizioso albo illustrato di Gloria Francella (Fatatrac) che parla dell’amicizia tra un papero bianco e un piccolo ragnetto nero) e lui ha ascoltato la storia con attenzione, ma alla fine ha commentato “però così, se la legge lui io non la capisco”. E ho dovuto rileggerla io dall’inizio. Ovviamente la storia l’aveva capita benissimo e quel “non la capisco” voleva dire un sacco di cose. Voleva dire per esempio che a lui piacciono molto le storie tutte, anche quelle sull’iPad e che è d’accordo con la mamma che l’importante è che siano belle storie, anche se lei in questo periodo è proprio fissata con le storie digitali e ci tiene anche i corsi e le studia sempre al computer che rischia di venirle la dipendenza patologica (questa in realtà è di fratellomaggiore) e poi vuole l’iPad sempre lei e io non posso nemmeno giocare a FIFA che le storie sono belle ma di giorno è bello anche il calcio. Ma soprattutto voleva dire che la sera, specie quando fa freddo, che sia sul libro o su uno schermo, le storie che scaldano gliele devo leggere io.

Cortesie minuscole

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libro fimoCortesie minuscole
un bocciolo, un libro
sono il seme di sorrisi che fioriscono al buio.
Emily Dickinson

Ho urlato, giuro, ma proprio forte. Ho urlato dimenticando di essere in biblioteca, ché anche se in una biblioteca di pubblica lettura non è richiesto il silenzio quasi assoluto di quelle accademiche, un po’ di contegno non guasta. Nel momento in cui la tirocinante al suo ultimo giorno da noi ha tirato fuori da una scatolina quel piccolo dono ho urlato, anzi strillato che sa più di acuto, guadagnandomi lo sguardo torvo della collega e anche una manata su una spalla. Nel giorno in cui a casa mi sarebbe arrivato il Tolino Vision 2 ad aggiungersi ai 2 ereader che già possedevo, ho urlato di sorpresa e piacere e mi sono emozionata tantissimo per una miniatura di libro antico realizzata in fimo. La ragazza mi ha guardato sorridendo, ma senza scomporsi: dopo le ore trascorse insieme l’ha capito che siamo gente strana noi gente dei libri. Gente che sorride al buio, per dire.

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