Il sorriso dei maestri

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Il sorriso di approvazione di mia madre la prima volta che ho cucito da sola (e l’ho fatto benissimo!) una toppa sui pantaloni di mio figlio o quello del mio amico e maestro di origami la prima volta che ho piegato una rosa di Kawasaki. Ma anche quello degli amici supertecnologici tutte le volte in cui me la cavo da sola con i problemi del computer o dei miei figli quando capisco la logica di un gioco (non è mica così scontato, eh)! Io adoro quel tipo di sorrisi lì, quelli che strappi ai maestri che le cose ti hanno insegnato a farle. Sorrisi che stiamo così attenti a far avere ai bambini, ma pensiamo che da adulti non siano poi così importanti. Perché non è il generico plauso per una cosa fatta bene, no è un’altra cosa. E’ conquista vera l’approvazione dei maestri e non smette mai di esserlo. Che poi, a dirla tutta, io le toppe ai pantaloni dei miei figli quando serve le faccio mettere dalla sarta, ma questo non è importante e non è detto che mia madre lo debba sapere. Quello che conta è quel sorriso.

Questione di sfumature oppure no

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Ogni giorno lo becco il trailer di 50 sfumature di etcetera mentre vado al lavoro. Tutti i santi giorni sento la voce piatta e insulsa vibrante di passione di Christian invocare “Anastasia!” e ho il piacere di scoprire che lei nemmeno per un istante lo scambia per qualcun altro, no lo riconosce subito e risponde con un fremente “Christian!”.
E ripenso al libro che non è volato dalla finestra a pagina 20 solo perché avrei dovuto lanciare anche il Kobo. E non è questione di giudizi snob, intendiamoci, ché so bene di non potermeli permettere quelli, col pedigree da lettrice tutto macchiato di rosa che mi ritrovo. Ma vi posso assicurare che una buonissima percentuale delle autrici di Harmony e cose simili che ho letto usava le parole meglio di Mrs sfumature. Per tacere del resto.

Ma ho l’antidoto, che vi credete? Non serve nemmeno cambiare stazione. Mi basta escludere mentalemente quello che sento e pensare alla voce di Mr. Thornton (Richard Ermitage) che chiama “Margaret!” nella scena finale di North and South (vabbè, succede nel libro, nello sceneggiato è praticamente muta la scena, anche se quasi altrettanto bella). E già che ci sono penso anche al seguito, a quello che John Thornton dice a Margaret. “Take care. -If you do not speak- I shall claim you as my own in some presumptuous way. -Send me away at once, if I must go; -Margaret!-”. Ché non è che noi romanticone cresciute a pane e Jane Austen ci sazi così, impastando polpettoni di amore e cuore, per dire. Figuriamocii poi se pretendi di coprire l’insipidezza del resto rovescendoci dentro un intero barattolo di peperoncino scadente.

Insiemi

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insiemi

E’ sempre così con i compiti di matematica di fratellominore: i primi 10 minuti li passa a cercare di spiegarmi con pazienza la consegna, in modo che io possa capire cosa deve fare e controllare se fa bene. E non è che ne bastino sempre 10 di minuti, ché oltre il calcolo della percentuale di sconto durante i saldi, la matematica per me è un mondo incomprensibile e quella della prima elementare lo è ancora di più. Però a lui piace essere seguito e sospetto provi anche una sadica soddisfazione nel mettermi davanti ai miei limiti, per cui ogni volta mi sottopongo alle sue spiegazioni. Ieri per esempio doveva fare qualcosa tipo unione di insiemi. Mi mostra quello che ha fatto a scuola
-Vedi? 4 rose e 2 margherite formano un insieme di 6 fiori. Quindi io disegno magari 5 macchine e 3 moto e ho 8 mezzi di trasporto.
E’ facile questa volta ho capito subito. Mi allontano un attimo mentre porta a termine il suo compito e al mio rientro vedo che ha iniziato con un nuovo insieme. Guardo bene dentro il cerchio e vedo 8 cuoricini colorati di rosso.
-Cuoriiii???- Penso, stai a vedere che non ci ho capito niente. O forse si, lui in fondo è un biscazziere nato.
-Oh, cuori- Dico con un sorriso -Nell’altro, disegni fiori o picche e fai l’insieme dei segni delle carte?-
Mi liquida con un no secco e comincia a disegnare un cerchio vuoto
-Oh mio Dio, non fegati e polmoni!- faccio tra me e me -Sta vedere che ha sentito fratellomaggiore ripetere il corpo umano al babbo e ora vuole fare un insieme di organi interni!-
Intanto però il nuovo cerchio si riempie di segnetti simili a stelline. Penso che stia andando fuori tema e mi chiedo come trasformare quei cuori colorati di rosso in qualcosa di più raggruppabile. Si, cuoricini e stelline potrebbero formare un insieme di elementi decorativi. Ma magari detto in questi termini si capisce che c’è l’intervento della mamma.
Lui intanto va avanti tranquillo e a quel punto trovo il coraggio di chiederglielo
-Giaime, ma cuoricini e stelline che insieme possono formare?
Mi guarda con quel mezzo sorriso sarcastico che ha quando è costretto a spiegare l’ovvio a qualcuno che per definizione dovrebbe sapere tutto
-L’insieme delle cose d’amore, magari?
-Ah, certo! quando uno è innamorato vede le stelline! Non ci avevo pensato
-Appunto!-
Per un istante, ma anzi molto meno, credo di aver pensato di farlo correggere. Ma poi ho guardato il suo quaderno fiera e gongolante. Ad eventuali correzioni e chiarimenti ci avrebbe pensato la maestra. Per me l’insieme delle cose d’amore era uno dei più belli che si potessero immaginare.

Boa Constrictor

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poem_11
-Io mi ricordo di te!-
Mi dice la compagna di scuola di fratellomaggiore appena arrivata alla sua pizzata di compleanno, puntandomi l’indice addosso.
-Ti prego, qualunque sia il motivo, fa che non metta in imbarazzo Nicco!- Imploro in silenzio.
Ma faccio appena in tempo a formulare il pensiero che lei comincia a raccontare. Prima di trasferirsi abitava vicino alla biblioteca nella quale lavoro e un giorno era venuta in visita con la scuola.
-Tu ci avevi letto delle poesie e una abbiamo provato a dirla tutti insieme trattenendo il fiato-
E a quel punto prendiamo un bel respiro e attacchiamo velocissime, quasi nello stesso istante, tra gli altri genitori che ci guardano incuriositi.
Sto per essere inghiottito
da un boa, boa, boa,
sto per essere inghiottito
da un boa constrictor.
E questo non mi piace,

vi assicuro neanche un po’

E il fatto che questa ragazzina a distanza di qualche anno si ricordi di me e del vecchio Shel (Silvertein), è una sensazione così bella da farmi guardare con occhi nuovi e più indulgenti perfino le feste di compleanno.

Una lezione

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cagliari sassuolo

Immagine presa in prestito dal gruppo fb Forza Cagliari (se vi dispiace la tolgo!)

Quando ci hanno comunicato che fratellomaggiore avrebbe potuto realizzare il sogno di accompagnare i calciatori nell’ingresso in campo durante una partita di serie A, per un attimo ci sono riuscita a pensare solo alla sua gioia. L’ho proprio sentita quella gioia, per un istante. Poi sono sopraggiunte le ansie dei ma e dei se. Ma dobbiamo lasciarlo solo negli spogliatoi con estranei, ma non conosce nemmeno gli altri bambini, ma di sicuro poi alla fine lui non regge a stare solo tra sconosciuti e noi non possiamo entrare a riprenderlo. I se ve li risparmio, anche se con quelli riesco proprio a dare il meglio di me. Sono proprio una virtuosa dei se catastrofici, io. Datemi una situazione di partenza tendenzialmente tranquilla e vedrete se non riesco ad ipotizzare almeno un paio di sciagure. Però la maggior parte delle volte almeno i se ci riesco a controllarli, con i ma invece non c’è storia: rompono gli argini e vengono fuori. E cosi ci ho provato a rovinargli tutto. A dirgli, “ma sei sicuro di voler andare anche se non conosci nessuno?” E ho fatto pure di peggio e peggio del peggio aggiungendo che secondo me non ci sarebbe riuscito. E appena l’ho detto mi sarei strappata la  lingua per darla in pasto ai pescecani (sempre che ne avessi trovato qualcuno nelle vicinanze), perché l’ho capito subito di aver fatto una fesseria. Prima ancora che lui scoppiasse a piangere e rispondesse tra le lacrime ai miei goffi tentativi di rassicurarlo che si, sarebbe andato “ok, ma si capisce che tu non vuoi’.
E io mi sono vista dal di fuori, come descritta in un bel libro per ragazzi, uno alla Jerry Spinelli per dire. Mi sono vista come la madre del protagonista, mamma carissima, per carità, ma di quelle che se soffiano sul fuoco dell’entusiasmo non è certo per ravvivare la fiamma. E non è che mi sia piaciuta tantissimo, a dirla tutta.
Ma il giorno della partita è arrivato senza che la sua sicurezza vacillasse per un solo istante e io nel frattempo sono riuscita a tenere buoni anche i ma, cercando anzi di condividere la sua gioia. Immaginandolo però sempre un po’ timido e spaurito tra tutta quella gente. Ieri però mio marito si è imbattuto in una foto dell’ingresso in campo dei giocatori e uno di loro tiene per mano il mio bambino. Lui si guarda intorno, con un sorriso radioso, emozionato ma assolutamente sicuro di se. “Mamma guardami, sono qui dove volevo essere. E’ un sogno e tu pensavi che me lo sarei fatto rovinare da delle stupide paure?” sembra dirmi. Io penso che in realtà questo, che i sogni si devono seguire, avrei dovuto e voluto insegnarlo io a lui, ma per ora imparo la lezione. Fischio dell’arbitro, uno a zero, palla al centro.

Le storie che scaldano

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Immagine tratta da Una zuppa di Sasso di Anais Vaugelade, Babalibri

“Mamma vieni a letto con me che ho freddo e mi riscaldi? Anzi mi leggi Una zuppa di sasso, che quando la leggi sento caldissimo?” Una zuppa di sasso è la sua storia preferita ultimamente… da un bel po’ di tempo per la precisione. La conosce a memoria questa storia, l’ha letta diverse volte anche da solo, ma non si stanca mai. E’ un bell’albo illustrato di Anais Vaugelade (Babalibri) dove si incontra una gallina che pur intimorita decide di aprire la porta a un vecchio lupo e dove si scopre che la zuppa di sasso è migliore se ognuno ci mette qualcosa di suo. Ci dev’essere qualcosa di particolarmente rassicurante o riposante negli animali che attraversano le pagine in numero sempre maggiore secondo la tecnica dell’accumulo, perché tutte le volte alla fine della storia si addormenta sereno.
Ho ripensato alla sua frase ieri perché la notte precedente, molto stanca e col naso completamente chiuso dal raffreddore gli ho proposto di leggere una storia sull’iPad e ho azionato la modalità “leggi e ascolta”. Ho scelto  Amico Ragnolo (una picturebook app molto ben realizzata tratta da un delizioso albo illustrato di Gloria Francella (Fatatrac) che parla dell’amicizia tra un papero bianco e un piccolo ragnetto nero) e lui ha ascoltato la storia con attenzione, ma alla fine ha commentato “però così, se la legge lui io non la capisco”. E ho dovuto rileggerla io dall’inizio. Ovviamente la storia l’aveva capita benissimo e quel “non la capisco” voleva dire un sacco di cose. Voleva dire per esempio che a lui piacciono molto le storie tutte, anche quelle sull’iPad e che è d’accordo con la mamma che l’importante è che siano belle storie, anche se lei in questo periodo è proprio fissata con le storie digitali e ci tiene anche i corsi e le studia sempre al computer che rischia di venirle la dipendenza patologica (questa in realtà è di fratellomaggiore) e poi vuole l’iPad sempre lei e io non posso nemmeno giocare a FIFA che le storie sono belle ma di giorno è bello anche il calcio. Ma soprattutto voleva dire che la sera, specie quando fa freddo, che sia sul libro o su uno schermo, le storie che scaldano gliele devo leggere io.

Cortesie minuscole

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libro fimoCortesie minuscole
un bocciolo, un libro
sono il seme di sorrisi che fioriscono al buio.
Emily Dickinson

Ho urlato, giuro, ma proprio forte. Ho urlato dimenticando di essere in biblioteca, ché anche se in una biblioteca di pubblica lettura non è richiesto il silenzio quasi assoluto di quelle accademiche, un po’ di contegno non guasta. Nel momento in cui la tirocinante al suo ultimo giorno da noi ha tirato fuori da una scatolina quel piccolo dono ho urlato, anzi strillato che sa più di acuto, guadagnandomi lo sguardo torvo della collega e anche una manata su una spalla. Nel giorno in cui a casa mi sarebbe arrivato il Tolino Vision 2 ad aggiungersi ai 2 ereader che già possedevo, ho urlato di sorpresa e piacere e mi sono emozionata tantissimo per una miniatura di libro antico realizzata in fimo. La ragazza mi ha guardato sorridendo, ma senza scomporsi: dopo le ore trascorse insieme l’ha capito che siamo gente strana noi gente dei libri. Gente che sorride al buio, per dire.

Perché non posso essere io la befana

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befana
Non è così difficile da capire: non posso semplicemente essere io la befana. Dovrebbe essere un fatto evidente a tutti, ma visto che dal numero di messaggi che continuo a ricevere ogni anno risulta che non è così, allora provo a dimostrarvelo.
Per prima cosa la befana è vecchia e io no (sono una splendinda quarant…nne, io). Ok, mio figlio ogni tanto mi chiede se quando ero piccola esisteva l’energia elettrica e cose di questo genere, ma se chiedete a lui o a un qualsiasi bambino (e loro si che ne sanno di befane) se la befana può avere la mia età la risposta sarà “no, è più vecchia”. Non bastano la mia ciocca bianca e le zampe di gallina insomma. Con i bambini non si scherza, sciocchezze come “le apparenze non contano” le lasciano dire ai grandi, ma loro lo sanno bene che le apparenze contano eccome e che per essere una befana devi apparire come una befana.
A quanto pare poi la simpatica vecchina ha pure l’abitudine di andarsene in giro di notte. Magari dopo aver faticato tutto il giorno a recuperare regali. Se mi chiedetei certi giorni di uscire la sera per una pizza, promettendo anche solennemente che sarò a casa per le 11 sono capace di tirare fuori una lista di scuse lunga come il Signore degli Anelli. Figurarsi andarsene in giro dopo la mezzanotte dovendo pure guidare! (O non crederete davvero che guidare una scopa sarebbe per me più facile che guidare una Matiz?)
Cappelli ne ho diversi e non avendo la benché minima idea di come sia fatto un cappello alla romana, non so se tra i miei potrebbe essercene qualcuno che gli somigli, ma questo ha poca importanza. Quello che invece ne ha eccome di importanza sono le scarpe. Perché le scarpe della nonnetta a quanto pare devono essere rotte. Rotte, capite? Ora premetto che quello che si dice in giro sul mio rapporto con le scarpe è una chiara esagerazione, e anche se mio marito sostiene di aver sposato un millepiedi, basta dirlo in sardo e già i piedi diventano “solo” cento (centupese). Ma esagerazioni a parte ecco, qualche cambio di scarpe confesso di possederlo. Senza contare che avere un paio di scarpe rotte offre l’imperdibile occasione per sostituirle e averne un paio nuove di zecca. E probabilmente l’unica volta in cui sono andata in giro con le scarpe rotte (almeno da adulta) stavo andando a cercarne un altro paio e non avevo certo tempo per occuparmi di sciocchezze come portare regali ai bambini, in un orario in cui non ci sono negozi di scarpe aperti peraltro!
E se proprio a questo punto non avete capito che non posso proprio essere io, allora meritate che la Befana, quella vera, vi scarichi un sacco di carbone e cenere sul telefonino proprio mentre state per inviarmi uno di quei messaggi. Che prima che lo ripulite è già il 7 gennaio.

Mostruosi auguri senza perle

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2015
Non so ancora parcheggiare in retromarcia. Non ne sono proprio capace.
E siccome questo è stato uno dei mie buoni propositi per il nuovo anno da qualche anno in qua, forse dovrei smettere di averli. Anche perché alla fine viene il dubbio che portino sfiga. Ho letto da qualche parte che i buoni propositi non seguiti dalle azioni sono perle false. Ecco, io amo le perle, anche quelle false, ma altro che i sette giri raccomandati da Coco Chanel (o erano 6?) potrebbe fare la collana che ho infilato finora! Oppure si, ma al collo della statua della libertà.
Niente buoni propositi dunque, ché la statua della libertà sarebbe pure ridicola con le perle e poi non ho in programma un viaggio da quelle parti nell’immediato futuro. Niente buoni propositi, ma speranze, sogni e desideri. E auguri, tantissimi auguri per tutti. Che stelle danzanti accompagnino il vostro andare in questo nuovo anno e se non realizzerà tutti i vostri desideri che almeno sia generoso con quelli più importanti. E che sia cattivo anche, mostruosamente cattivo quando serve. Che mostri denti aguzzi ed artigli orrendi ad ansie e paure cacciandole lontanissime e dalla bocca gli coli un fiume di bava verde e viscida che faccia scivolare indietro tutte le cose brutte. Mostruosi auguri di un anno felice.

Buon Natale di calore e baci

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No, aspettate, fermo gioco, cioè domani, praticamente fra due ore, è la vigilia di Natale? Non posso dunque scrivere un post normale, giusto per far capire che ci sono ancora, che non ho abbandonato il blog. No, devo proprio scrivere un post Natalizio. Oddio un post natalizio! E da dove lo tiro fuori un post natalizio a quest’ora? Dove li trovo degli auguri non proprio scontatissimi (si, si lo so che vanno sempre bene, ma non come post natalizio del blog, perdinci!)? Sollevo gli occhi verso il camino che nonna Vi ha caricato a dovere e trovo una possibile risposta: auguro un Natale e un nuovo anno pieni di calore. Un inverno di camini accesi e soffici coperte per tutti e possibilmente qualcuno che le rimbocchi e che tiri su la lampo del giubbotto fino al mento, magari sigillando l’operazione con un bacio. E un’estate di sole, ché lui quando c’è fa tutto da solo. Se poi però la sera qualcuno ti poggia un golfino sulle spalle, male non fa. Ecco, dentro e fuori dalla metafora, buon Natale e felice nuovo anno pieni di calore per tutti. E anche di baci, che non guastano.

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