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alba di settembreCapudanni/cabudanni: “settembre“, da caput anni, inizio dell’anno agricolo sardo, secondo lo stile d’inizio d’anno fissato nell’era bizantina
(Officina Linguistica, Anno IV, N.4, dicembre 2002)

Non è che voglio far rosicare nessuno, ché le nostre belle sfighe le abbiamo anche noi, e le chiamo sfighe per semplificare, consapevole del fatto che la sfortuna con i mali della Sardegna c’entra ben poco. Ma può capitare che qui in Sardegna la stanchezza della vendemmia la si lavi via con un bel tuffo al mare, ed il bagno ad ottobre l’ho fatto più volte perfino io che non sono certo amante dei bagni gelidi, anche se tonificanti. E può anche capitare, qui in Sardegna, che in un giorno freddino di ottobre tiri giù i maglioni, ma poi il giorno dopo ti serve di nuovo una maglietta e il cambio di stagione rimane in sospeso e maglioni e magliette rimangono lì insieme ché tanto ci sono abituati a condividere lo spazio e il tempo di quella mezza stagione che ormai non esiste più. E che fatica poi, certe volte, convincere i piedi a rientrare nelle scarpe chiuse, quando i sandali sembrano inadeguati al paesaggio ma non ancora al clima. E allora finisci per tenerli ancora un po’ scoperti i piedi e goderti ancora per pochi giorni quella sensazione di libertà, e quei pochi giorni possono arrivare anche a novembre.

Per questi motivi e tanti altri io il malinconico post di fine estate non lo scrivo ancora e forse non lo scriverò proprio o almeno non sarà un post malinconico. Anche perché settembre per noi sardi è cabudanni, e un nuovo inizio non può essere malinconico. E poi se l’autunno non ha più un suo clima, ha sempre i suoi colori e i suoi profumi che stanno alla malinconia come un ossimoro.

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