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cerchi

Io credo che le parole bisogni accompagnarle, non lanciarle senza curarsi dell’effetto che provocano. Anche le parole apparentemente più innocue o perfino gentili nelle intenzioni. Credo di averlo sempre pensato, ma c’è stato un episodio che ha rafforzato in me questa convinzione.
Quando aspettavo il mio primo figlio, l’ecografia morfologica evidenziò un focus iperecogeno al livello del ventricolo sinistro del cuoricino del mio bambino. Il medico che faceva l’ecografia ce lo comunicò spiegando che era suo dovere avvisarci, che anche se il focus non era da mettere in relazione con patologie cardiache, alcuni studiosi lo ritenevano un indicatore per la sindrome di Down. Aggiunse poi qualcosa che suonava più o meno così “Ora vedete voi cosa fare, il mio dovere è gettare il sassolino nello stagno, ma non mi posso curare di dove vadano a finire i cerchi”. Ora io mi chiedo ancora oggi che senso avesse quella frase. Sapeva benissimo che avevamo scelto di non fare diagnosi prenatali e che a quel punto era troppo tardi e magari non le avremmo fatte comunque. Il suo discorso si concluse così.
Fratellomaggiore poi è nato senza anomalie cromosomiche (non ne sono del tutto certa però, se esiste un “cromosoma del pignolo rompiscatole” ne ha di sicuro qualche coppia in più), ma io non ho mai perdonato quel medico. E’ vero, era suo “dovere” dircelo, come ha più volte ripetuto, ma è il discorso dei sassolini nello stagno che non gli ho perdonato. Il fatto di averci lasciato lì, da soli, con i cerchi che si allargavano all’infinito.