61233w4ctlr04z0La lettura di questo post di Simone quello di Purtroppo mi ha portato inevitabilmente a riflettere sulla mia personale top five delle gaffe (chiamandole così forse mi illudo di venirne fuori un po’ meno peggio, ma lo so bene che pur sempre di figure di m si tratta). Bene, i posti 5, 4, e 3, sono per così dire variabili, nel senso che ogni tanto me ne viene in mente una peggiore di quelle scelte per la classifica, ma al primo e secondo posto ci sono due regine incontrastate, che spero di non dover mai superare. Il fatto è che non so bene quale piazzare al primo e quale al secondo, decidete voi, per me sono entrambe da brivido.

Gaffe telefonica (forse un po’ meno terribile solo perché non ho visto in faccia il mio interlocutore)
Chiama al telefono un collega di mio marito, rispondo io e “decido” che si tratta di mio cugino in vena di scherzi. Gli do dell’idiota, lo invito a svegliarsi un po’ prima la mattina per avere una voce meno assonnata e quindi più convincente e ignorando le sue proteste gli comunico che mi presenterò a casa sua a pranzo con una teglia di pizza. Il poveraccio osa solo pronunciare debolmente la parola “pizza???” E io continuo chiedendogli cosa abbia contro la pizza, visto che so benissimo che gli piace e che io mi ritrovo con un quintale di pasta per pizza perchè ho dovuto rinfrescare più volte la pasta madre etc. etc. Lui mi lascia finire, poi commenta impassibile “signora, lei è molto gentile e tutto ciò è davvero interessante, ma io sono davvero un collega di suo marito e avrei bisogno di parlargli per una questione di lavoro”. A questo punto realizzo che sta dicendo la verità, chiedo debolmente scusa e aggiungo “le passo mio marito e vado a suicidarmi”. Giuro, gli ho detto proprio così.

Gaffe faccia a faccia (oh-mio-dio-non-mi-voglio-ricordare!)
Ero la responsabile di un’associazione e facevo insieme agli altri il punto sulle cose da fare durante la settimana. Ci sarebbe stato da contattare degli insegnanti per un’attività con le scuole, per cui cercavamo tutti insieme di ricordare quali insegnanti conoscessimo nei vari istituti. Io ascoltavo e prendevo nota, ma a un certo punto decido di dare il mio contributo (mai l’avessi fatto). “Ragazzi, poi c’è quel tipo strano, quello fissato col Tibet, come, non ve lo ricordate? S. quello che insegna al P., troppo strano, dai impossibile non ricordarselo!”. Silenzio tombale. Io però non colgo segnali di allarme e continuo insistendo sulla stranezza. Qualcuno si schiarisce la voce, ma io ancora non colgo nessun suggerimento. A questo punto la mia amica B. interviene, pronunciando a voce alta il mio nome e indicando con lo sguardo un angolo della stanza. Io seguo il suo sguardo e lo vedo, tranquillo come se la cosa non lo riguardasse per niente, S., quello del P., il tipo strano fissato col Tibet. Aveva deciso di venire un po’ a vedere cosa facevamo e io arrivata in ritardo e presa da tutto quello che c’era da fare non l’avevo notato. Niente. Era praticamente davanti a me ma io non, l’avevo visto.

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