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lumaca
Forse è l’assimilazione dei tanti “fai piano” sentiti da piccolissimi, o un modo per proteggersi dai ritmi troppo frenetici degli adulti. Un vitale bisogno di lentezza più forte di tutto, anche della volontà di compiacere i genitori per riceverne qualcosa in cambio. O forse è solo l’essere intrinsecamente rompiscatole, sta di fatto che cercare di metter fretta ai miei figli, ma credo valga un po’ in generale per i bambini,  è un’operazione del tutto inutile quando non deleteria. Già, perché per quanto possa urlare ed incitare manterranno i loro ritmi, mentre della mia calma non resteranno nemmeno miseri brandelli. E se di tempo non ne guadagno di sicuro neanche un minuto, posso invece perderne una quantità notevole in improduttive discussioni su quanto dura e cosa vuol dire “un attimo” quando lo dicono loro, ché se proviamo a rispondere noi così a una loro richiesta, il significato lo conoscono eccome e potrebbero sottilizzare sul trascorrere del tempo con Sant’Agostino in persona.
A volte mi capita di pensare che era più facile quando dovevo fare tutto io, lavarli, vestirli, sistemarmene uno sul fianco e trascinare l’altro per mano e uscire. Non credo lo fosse effettivamente, più facile, ma neutralizzavo così i tempi dell’attesa. Forse però quei tempi andrebbero assaporati, più che neutralizzati. Tanto poi arriva il momento in cui dobbiamo per forza lasciar fare a loro ed aspettarli, anche se ci viene difficile. Mentre loro imparano a fare noi dobbiamo imparare ad aspettare. E a riscoprire magari con loro il piacere della lentezza, almeno tutte le volte in cui possiamo permettercela.