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Ecco, in questo momento mi piacerebbe dover rispondere a un questionario tipo quello di Proust, o comunque partecipare a uno di quei giochini a catena con delle domande alle quali se me le riproponessero a ripetizione a distanza di soli 5 minuti, darei ogni volta una risposta diversa. Però in questo momento vorrei proprio che qualcuno mi facesse la domanda “una cosa che detesti”, così potrei rispondere “i gruppi su WhatsApp”. Perché io li detesto proprio quei gruppi. Ancora di più da quando ci si sono messi anche i compagnetti di scuola di fratellomaggiore, che pretendono di creare gruppi usando i nostri cellulari, visto che lui non ne ha uno suo. E ne creano tantissimi! E lui che “ok, se non posso partecipare ai gruppi va bene, ma almeno spiegami perché”. E io devo provare a spiegargli che sono piena di dubbi su cosa sia giusto o sbagliato per la sua educazione, ma sono abbastanza convinta che sia ancora troppo presto per essere sempre connessi, per la mancanza di sospensione alla dimensione del gruppo. Gruppo reale a scuola, a calcio, alle feste e gruppo virtuale a casa. Che mentre il resto del mondo sembra preoccupato del fatto che i media digitali isolino, per quanto riguarda i bambini io sono abbastanza preoccupata del fatto che non consentano quel grado necessario di isolamento, quel grado minimo di noia necessaria a trovare se stessi e a inventare altre declinazioni possibili di sé. Devo provare a convincerlo che se si ha nostalgia degli amici è meglio inviar loro un messaggio uno per volta. Ecco uno dei tanti motivi per i quali risponderei che detesto i gruppi su WhatsApp a quella domanda, perché in questo momento li odio decisamente di più delle dita dei piedi che scivolano in avanti oltre il limite del sandalo o dello smalto sbeccato, per dire.