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ferrovia

Elini (OG) foto di Elisa Olianas

Il trenino ci impiegava circa sei ore per arrivare da Elini a Cagliari, mentre in pullman ce ne avrei messo meno di 4 e 2 e mezzo in macchina. Il fatto è che nei primi anni dell’università mi è pure capitato di rifiutare un passaggio, per godermi quelle 6 ore di tranquillità durante le quali riuscivo a leggere tutto un romanzo di Georgette Heyer, senza che nessuno mi interrompesse. L’avevo appena scoperta Georgette Heyer allora, e visto che i suoi libri in Italia erano introvabili, li prendevo in prestito dalla biblioteca personale di un’amica. “Sei matta” mi dicevano e forse un po’ era vero. Ero matta, ma adoravo farmi cullare dal trenino e adoravo il fatto di riuscire a leggere, cosa impossibile in pullman e tantomeno in auto. E anche nei momenti in cui decidevo di chiudere il libro quel viaggio cullato era pieno di immagini bellissime, di storie e di ricordi. Le storie che mi raccontava mia madre cresciuta in una cantoniera isolata, ma crocevia di incontri e luogo di accoglienza sempre e per tutti, e le storie dei miei zii ferrovieri come mio nonno. E poi c’erano i miei ricordi di bambina e ragazza cresciuta in un paesino di 500 anime tagliato in due e forse anche tenuto insieme dalla ferrovia.  E’ proprio lì, nel passaggio a livello con la cantoniera e nella vecchia stazione in pietra che pulsano il cuore del paese e molti dei ricordi di chi lo abita o lo ha abitato. E se sei cresciuta in un luogo come quello e con quelle storie, il treno un po’ te lo porti dentro per tutta la vita.
Leggo sempre con piacere i post dei bravissimi blogger pendolari del treno come Pendolante (corredati tra l’altro da bellissime foto) e ogni volta inevitabilmente il pensiero va ad altre storie e ad altri treni. A un trenino lento, ma di una lentezza bella, che è anche un valore quando non devi arrivare in tempo al lavoro ed è giusta e necessaria, se devi ascoltare delle storie. E ne avrebbe ancora di storie da raccontare quel trenino, se solo lo si volesse ascoltare.