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“Ma sono tutti rotti e non sono nemmeno tanto giganti!” Forse avevamo nutrito un po’ troppo le loro aspettative e forse a 9 e 5 anni per un’ora è più di fila si chiede in cambio qualcosa di enorme ed intero, ma la prima reazione è stata questa. E’ durata pochissimo però. Giusto una manciata di secondi e la meraviglia della realtà si è fatta strada tra le immagini della loro fantasia, arrivando perfino a scalzarle. In fondo quelle statue di pietra erano un bel po’ più grandi della mamma, quindi giganti lo erano di sicuro, almeno secondo il giudizio di fratellominore. Fratellomaggiore invece, pur mantenendosi critico sulle loro condizioni e sull’abilità degli archeologi (“possibile che non siano riusciti a tirarne fuori uno intero?”) li guardava rapito e arrivava a fare paragoni con moderni supereroi (e a quanto pare non è il solo).

Fin qui loro, ora veniamo a noi. Meraviglia di sicuro, ma anche un senso di familiarità. E non credo sia dovuta solo al fatto che di immagini dei giganti di Monte ‘e Prama ne abbiamo viste tante o il fatto che il modello sembra essere lo stesso dei bronzetti. No, è più qualcosa di atavico che non riesco a spiegare. E’ come se scomposto in unità minime il “linguaggio” di quei colossi di pietra, io quelle unità minime le avessi già dentro di me. Ok, le sto sparando grosse, mi fermo qui. Alle sensazioni provate aggiungo però l’orgoglio. Un orgoglio gigante per l’appartenenza a un popolo capace di produrre queste meraviglie. E anche un po’ per quei due nani che dopo aver sopportato un’ora di fila al freddo si aggiravano meravigliati tra quelle statue.

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Particolare del braccio dell’arciere