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Immagine presa in prestito dal gruppo fb Forza Cagliari (se vi dispiace la tolgo!)

Quando ci hanno comunicato che fratellomaggiore avrebbe potuto realizzare il sogno di accompagnare i calciatori nell’ingresso in campo durante una partita di serie A, per un attimo ci sono riuscita a pensare solo alla sua gioia. L’ho proprio sentita quella gioia, per un istante. Poi sono sopraggiunte le ansie dei ma e dei se. Ma dobbiamo lasciarlo solo negli spogliatoi con estranei, ma non conosce nemmeno gli altri bambini, ma di sicuro poi alla fine lui non regge a stare solo tra sconosciuti e noi non possiamo entrare a riprenderlo. I se ve li risparmio, anche se con quelli riesco proprio a dare il meglio di me. Sono proprio una virtuosa dei se catastrofici, io. Datemi una situazione di partenza tendenzialmente tranquilla e vedrete se non riesco ad ipotizzare almeno un paio di sciagure. Però la maggior parte delle volte almeno i se ci riesco a controllarli, con i ma invece non c’è storia: rompono gli argini e vengono fuori. E cosi ci ho provato a rovinargli tutto. A dirgli, “ma sei sicuro di voler andare anche se non conosci nessuno?” E ho fatto pure di peggio e peggio del peggio aggiungendo che secondo me non ci sarebbe riuscito. E appena l’ho detto mi sarei strappata la  lingua per darla in pasto ai pescecani (sempre che ne avessi trovato qualcuno nelle vicinanze), perché l’ho capito subito di aver fatto una fesseria. Prima ancora che lui scoppiasse a piangere e rispondesse tra le lacrime ai miei goffi tentativi di rassicurarlo che si, sarebbe andato “ok, ma si capisce che tu non vuoi’.
E io mi sono vista dal di fuori, come descritta in un bel libro per ragazzi, uno alla Jerry Spinelli per dire. Mi sono vista come la madre del protagonista, mamma carissima, per carità, ma di quelle che se soffiano sul fuoco dell’entusiasmo non è certo per ravvivare la fiamma. E non è che mi sia piaciuta tantissimo, a dirla tutta.
Ma il giorno della partita è arrivato senza che la sua sicurezza vacillasse per un solo istante e io nel frattempo sono riuscita a tenere buoni anche i ma, cercando anzi di condividere la sua gioia. Immaginandolo però sempre un po’ timido e spaurito tra tutta quella gente. Ieri però mio marito si è imbattuto in una foto dell’ingresso in campo dei giocatori e uno di loro tiene per mano il mio bambino. Lui si guarda intorno, con un sorriso radioso, emozionato ma assolutamente sicuro di se. “Mamma guardami, sono qui dove volevo essere. E’ un sogno e tu pensavi che me lo sarei fatto rovinare da delle stupide paure?” sembra dirmi. Io penso che in realtà questo, che i sogni si devono seguire, avrei dovuto e voluto insegnarlo io a lui, ma per ora imparo la lezione. Fischio dell’arbitro, uno a zero, palla al centro.