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Portare il lutto, per una donna sarda dell’età e dalla sensibilità di mia madre, implica un sacco di cose che vanno oltre il colore del vestito, comunque integralmente ed eternamente nero. Quello del lutto è sempre stato uno degli argomenti che ci hanno divise. Una separazione abissale, per quanto io mi sia sempre sforzata di comprendere quel bisogno di apparenza in donne come lei di grande sostanza. Punti di vista troppo diversi, inavvicinabili. Eppure io (ma lo stesso vale per gli altri familiari) la ascolto sempre con rispetto anche quando dice cose che per me sono inconcepibili e il massimo del sarcasmo che mi concedo e di interromperla con un “Savonarola… e che è?” quando si accalora troppo e assume il tono da castigatrice dei costumi moderni. E anche lei, a furia di sentire il nostro punto di vista, ha fatto le sue piccole concessioni. Mediazione, si chiama. Sono quei compromessi che mettiamo in gioco quando vogliamo bene alle persone e non sopportiamo che punti di vista differenti creino delle fratture.  O non sopportiamo di ferire l’altro deridendo il suo pensiero. Riusciamo a farlo più o meno tutti, nel privato, è il pubblico che ci frega.