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“Sandy the aurora is risin’ behind us
the pier lights our carnival life forever
love me tonight for I may never see you again
hey Sandy girl…”
fireworks1
Non ricordo quando è stato che ho cominciato a considerare il 4 luglio come una specie di onomastico. O meglio quando mia sorella e un’amica hanno iniziato a farmi regolarmente gli auguri il 4 luglio e quando poi si sono aggiunti gli altri. In effetti tra i santi del 4 luglio ci sono un’Elisabetta, una Berta, una Caterina, un Giocondiano (!?!), un Tommaso e altri ancora, ma nessuna Sandra e nemmeno Alessandra. D’altra parte, qualsiasi relazione si pensasse di istituire tra me e la Dichiarazione d’indipendenza degli Stati Uniti, a parte una forte affezione per la parola “indipendenza” (significante e significato… almeno per quanto riguarda l’indipendenza dei popoli), non avrebbe solide fondamenta. E allora lasciamo stare i santi e anche i fanti (quelli che hanno combattuto per l’indipendenza) perchè il mio “onomastico” ha un’origine molto più seplice. Semplice come una canzone. Che poi quella canzone sia anche indescrivibilmente bella e un altro paio di maniche. E che mi faccia sentire come se in un’altra vita fossi stata davvero lì ad Asburry Park la notte del 4 luglio con qualcuno che mi ricorda che domani potrebbe essere troppo tardi, non è davvero roba da poco. Soprattutto per una che probabilmente non andrà mai nel New Jersey pur restando in fondo una jersey girl (anche superati i 40).
Quella canzone è di Bruce Springsteen, si intitola appunto 4th of July, Asbury Park (Sandy) ed è la “mia canzone”.