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delfino
Lo confesso e un po’ me ne vergogno: quando ho sentito la donna urlare con voce eccitatissima e inconfondibile accento romano di aver visto un delfino, ho pensato alla solita turista vogliosa di aggiungere un tocco esotico extra alle vacanze in Sardegna. Ho alzato lo sguardo con indolenza, più per vedere che faccia avesse la visionaria che altro, ma qualcosa nel suo mi ha convinta a seguirne la direzione. E a quel punto l’ho visto, un guizzo e poi di nuovo in acqua, avrei potuto pensare di essere stata contagiata dalle visioni della turista romana, se non ci fosse stata quella pinna a dirmi che era tutto vero. Con un guizzo simile il mio entusiasmo autoctono ha rimontato su quello laziale superandolo anzi di qualche lunghezza, urlavo i nomi dei miei figli e saltellavo, mentre cercavo di trovare la macchina fotografica nella borsa senza smettere di guardare verso il mare. Un altro guizzo e questa volta l’abbiamo visto tutti. E quando li ho sentiti urlare “l’ho visto!” ho provato un istante di perfezione assoluta, nemmeno lontanamente paragonabile al momento, pur meraviglioso in cui l’avevo individuato io. Col terzo guizzo la magia dell’istante sconfina nella leggenda, perché i miei figli e i nostri amici-di-avvistamento romani assicurano che questa volta fossero in due, che ci fosse anche un cucciolo insieme al delfino grande. Io non potrei giurarlo però, forse la mia capacità di accogliere la meraviglia a quel punto era già satura.
Mentre i delfini si perdevano in lontananza, noi siamo rimasti lì, pieni di incantato stupore, in quella piccolissima cala sul lato sinistro dell’istmo di San Giovanni di Sinis, dove eravamo andati per vedere la pace di un mare sempre calmo e abbiamo trovato anche tre guizzi di pura felicità.