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I bambini l”‘è mio!” ce l’hanno di serie, incorporato. Ma questo non vuol dire che diventeranno adulti egocentrici, vuol dire solo che condividere è un po’ difficile e loro hanno paura che le cose che lasciano andare non tornino più indietro. La condivisione la imparano pian piano, crescendo, soprattutto vedendo i grandi che condividono. E qui arriva il difficile. Perché non è che noi adulti non condividiamo, anzi, lo facciamo fin troppo. Il problema è che ormai condividiamo soprattutto i post su Facebook o opinioni di altri che a volte non abbiamo nemmeno capito benissimo. Ci penso spesso alla bellezza del verbo “condividere” e lo uso moltissimo con i miei figli, sperando di di riuscire mettere in circolo qualche significato “diverso” da quello ormai dominante, prima che inizino ad utilizzare i social anche loro. E lo uso per non rischiare io stessa di dimenticarmene del significato vero. Anche se in realtà non credo di correre quel rischio… almeno non fino a quando avrò ancora mia madre a ricordarmelo. L’anno scorso, in questo periodo, mentre pranzavo da mia madre è scoppiato un temporale improvviso. La sua preoccupazione mi è sembrata subito eccessiva, almeno fino a quando ha cominciato ad elencare le persone che in paese non avevano ancora vendemmiato. Poi ho capito. Era dispiaciuta per loro. Stava condividendo il loro disagio e la preoccupazione per i possibili danni al raccolto. Niente click o tap. Niente “like” o “share”. Empatia e condivisione vera. A ripensarci l’ansia di essere un’adulta poco empatica e di crescere figli egocentrici mi sembra quasi ridicola: sono cresciuta con lei e ho in rete, tra tutte le altre cose, la preoccupazione che un’intera comunità (per quanto piccola) possa restare a botti vuote. Qualche speranza di salvarmi devo averla di sicuro.